Tacevano quelle due donne, sul ballatoio del terzo piano, come se meditassero sulle ultime loro parole. Ancora la narratrice, Rosa Bellavita, sospirava, conserte le braccia, le labbra strette, lo sguardo doloroso perduto nel vuoto. Donna Fortunata Marino pensava alla confidenza che le era stata fatta, e dalla balaustra non levava gli occhi intenti, e batteva leggermente col manico del ventaglio nella mano spiegata, ricca d'anelli.

— Ditemi voi, — ruppe il silenzio quell'altra, — consigliatemi voi, per l'amore che portate alle vostre creature. Vi pare vita, la mia, che possa continuare a questo modo?

— È una pena.... — mormorò la Marino, compassionando.

— E dite. Che posso fare?

Quella cercava nel copioso corredo di consigli che aveva pronti per tutte le occorrenze.

Il ventaglio chiuso seguitava a picchiar nella mano.

— Gesù! — esclamò improvvisamente. — Sentite voi che cattivo odore?

Rosa Bellavita, con gli occhi lagrimosi, si volse intorno, fiutando, per conoscere di dove l'odore venisse. La Marino, vinta dalla nausea, stringeva tra il pollice e l'indice le pinne nasali e torceva il muso.

— Lo sentite?

Allora Rosa s'affacciò sulla balaustra, guardò in giù, al terzo piano. Là, in un angolo, si ammonticchiavano rifiuti d'ogni sorta, su' quali roteava un nugolo di mosche avide, in attesa che fossero sazie le prime arrivate. Il caldo era forte; da quelle immondizie saliva un lezzo di lische in putrefazione, di rimasugli di pesce fradicio.