— Signori, — si udiva or la voce del pagliaccio, — la mia sposa mi ha tradito con un soldato prussiano. Se son tardato, perdonatemi, egli è stato perchè son corso a trafiggere tutti e due. Ma lor signori — continuò col suo accento fiorentino — vedranno adesso cose che mai più si potranno dimenticare per tutta la vita. Signori e signore! Ho l'onore di annunziarvi l'ora, l'istante e il momento degli ultimi esercizii, cioè il trampellino, il ballo su la corda, il salto mortale, fatica particolare del vostro umile servitore Tony. Signori e signore, un po' d'attenzione, occhio alle tasche. Ora passeranno a vedere. Olà, ohè, a voi, dico, professori, musica!

Un concerto diabolico di trombe e di flauti coperse la voce. Poi a intervalli fu il tonfo d'un corpo che batteva sull'arena, un grido comico, un chiocciar di gallina, un chicchiricchì a distesa che svegliava altri chicchiricchì flebili e morenti, un miagolio di gatta in amore.

Battista Andretta, seduto sullo spigolo del baule, si guardava il braccio al lume della candela di sego. Al disopra del polso apparivano gocce di sangue nero. Egli avvicinò le labbra alla ferita, succiando. Poi chiamò sotto voce:

— Stella!...

A un cantuccio un corpo si levò, lentamente. Uscì dall'ombra una donna, muta. Per un momento due grandi occhi neri si fissarono e interrogarono.

— Stella, — borbottò l'Ercole, — cerca nel cassettino rosso. Ci dev'essere della polvere di gesso in uno straccetto.

Ella, immobile, parve non avesse udito, o non avesse capito. Appariva nel lume della fumosa candela, che la rischiarava di sotto in su, mettendole fuggevoli luccicori al collo del piede ove lo stivalino saliva con una linea fine, frastagliandosi di laminette d'orpello. Era tutta avvolta in uno scialle a dadi bianchi e neri, e il nero le capitava attorno al collo, e le rialzava così la tinta bruna e pallida delle guance, incorniciate da una massa di capelli nerissimi, dalla stravagante aggiustatura alla spagnuola. Due cocche, due macchie d'inchiostro s'arrotondavano sotto alle tempie, lambendo l'arco dell'orecchio piccolissimo, ove al lobo luceva qualcosa che certo non era diamante. Ella aveva le labbra carnose e piccole delle meridionali dalla pelle assai tenera ove il sangue corre alla più leggera morsicchiatura. Quello superiore più breve, più crudele, scopriva denti d'uno splendore di perle bagnate, uguali e piccoli. Gli occhi larghi, dallo sguardo lento e molle, parevano ma non erano tinti, e pure si sarebbe giurato che quel nero delle ciglia fosse carezza di carbonella, tanto l'ombra di queste dava agli occhi un'impressione vellutata. Nell'incasso, come un'ultima sfumatura ove l'ombra si perdeva, un livido leggero completava la macchia scura, dando allo sguardo l'indefinito del fascino e della sofferenza.

Dove l'aveva rubata, lui? Il mistero degli strani legami della vita nomade li copriva. Forse un tempo ella era stata d'altri, chi sa? Questi zingari si passano le mogli e vendono i figliuoli come niente. Veramente lei a quell'Ercole enorme pareva figlia, non moglie. La sapienza della scena, l'istinto della conservazione e della immutabilità fisica, radicato in queste femmine da corda, la mantenevano giovane; certo non aveva più vent'anni nè proprio trenta. Alla porta la piccola amazzone che riscoteva il prezzo dei biglietti era già alta come la madre, e il petto sodo le fremeva nel busto cinghiato, scricchiolante quando ella si chinava a raccattare una palla caduta. E le somigliava tutta, da' capelli a' piedini. A lui somigliava in niente, in niente. Lui sulle spalle inquadrate, un po' curve dall'abitudine de' pesi, aveva una testa piccola, con occhi piccoli, con sopracciglia sottili e brevi, con zigomi ed ossa frontali pronunziatissimi, con acuto angolo mascellare. I capelli erano radi. Egli usava di coprire l'imminente calvizie con un berrettino tondo di velluto grigiastro che s'ammaccava, sporgendo attorno in rigonfi. Così era quasi mostruoso. Gli cresceva al mento una barbettina a spazzola, rada sulle guance, incolta. Ombreggiavano le labbra prominenti de' baffetti che solo agli angoli della bocca pigliavano forza, ma che pure avrebbero fatto disonore a un collegiale. Una brutta testa, ma piena di carattere; l'astuzia, la vigliaccheria, la coscienza della forza materiale vi s'impastavano in un'intonazione generale d'indifferenza e di malvagità.

— Aspetto le grazie di vossignoria, — disse l'Ercole.

Ella girò intorno, frugando qua e là. Infine trovò il pacchetto del gesso in un bossolotto. Battista stropicciò la polvere sulla ferita, che ancora dava sangue.