— Bel tempo avete scelto, donna Marì! — le disse Addosio, col naso in su, con gli occhi socchiusi per la paura del gocciolìo. — Senza scherzi, fra poco me ne parlerete.
E si volse a Malia ridendo:
— Saranno asciugate all'anno venturo.
Rise pur Malia, una ragazzona, alla quale Addosio piaceva pe' capelli crespi, per le labbra carnose che il carbone irritava. Quivi biancheggiavano i denti, come tra una ferita sanguinante. Il carbonaio rimase innanzi alla bottega, con le mani in cintola, con l'aria grulla, contemplando la bisogna delle ragazze.
I ferri battevano con tonfi sordi sulla tavola da lavoro, ammaccando umide rigonfiature di biancheria inamidata, dando lucido a' polsini, a' colletti, che fumigavano sotto il calore. Segnavano di taglio le righe, agli orli dei colletti, lungo i margini dei petti lisci. Urtavano in qua e in là, nel bicchiere di latta, ove uno straccetto s'imbeveva della borace che toglie le macchie, nelle scatoline degli spilli, nello scatolino del tabacco biondo per le sigarette che si faceva Nunziata. Alla grande tavola bislunga era tappeto un lenzuolo, bruciacchiato intorno da larghe chiazze d'abbronzatura, così usato dai ferri che questi vi scivolavano come su d'un marmo. Le camice arrotolate, pronte pel ferro dopo la ripassatura d'amido, le pezzuole umide, strette in un grembialino da bimba, le mutande, le cuffie, la minutaglia dei polsini e dei colletti posticci irrigiditi dall'amido, s'ammonticchiavano all'altro capo della tavola. In cima, i nastri d'una cuffia lambivano la palla bianca di un lume che pendeva dal soffitto, e si lordavano del petrolio che ingrassava la porcellana. Ancora il lume si dondolava, lievemente.
La confusa biancheria della larga tavola che si allungava fin sulla soglia della bottega, il bianco dei panni, delle camicette di Nunziata e di Malia entravan di sbieco in uno specchio ch'era in fondo, un gran vetro dozzinale e insudiciato dalle mosche, che rifletteva pur la strada e parte del muro di faccia. Qualche figura passava talvolta nello specchio, rapidamente. La ragazza Peppina, che in un cantuccio immollava le camice nella catinella dell'amido sciolto, cercava di cogliere e di riconoscere qualcuno del vicinato in quelle ombre fuggevoli. Aspettava, come in agguato, dimenticando nell'amido le mani e le camice.
Attorno alla tavola le figlie di donna Maria si davan da fare in silenzio, ma volgevano di tanto in tanto gli occhi alla strada. Malia, le spalle volte alla fornace che dietro rosseggiava in un gran vuoto del muro, s'abbandonava, con tutte e due le mani sovrapposte, sul manico del ferro e premeva metà della persona su d'un colletto, mentre il seno dovizioso le risaliva fin sotto al mento e pareva volesse scoppiarle pel busto. La fornace vicina la metteva tutta in sudore. Una lucentezza le si faceva sotto gli occhi, agli zigomi, tra la dolce diffusione de' capelli alle tempie, ove si gonfiavano venuzze azzurrine.
L'altra, ritta, sottile, gli occhi leggermente violacei, aspettava il cambio del ferro. La ragazza Peppina, terminata la sua bisogna, colla mano al tamburo della fornace, batteva prestamente sulla faccia del ferro il polpastrello del medio insalivato. Nunziata, nervosa, s'impazientiva, pallida e magra, così magra che al sommo del petto le clavicole le sporgevano, come due bastoni, di sotto alla fine camiciola.
— Peppina! — strillò. — Cristo!
La ragazza trasalì.