— Che ore saranno? — domandò.

— Le tre, — disse l'Addosio, levandosi. — Me ne vado. Pensa a guarire, neh, beviti il latte, che fa sangue.

Egli sorrise tristemente, salutando con gli occhi.

— Voialtre! — urlò donna Maria, affacciandosi nella bottega dall'ultimo gradino della scaletta dell'ammezzato. — Venite su, che ho scodellato. Nunziata, Malia! Si raffredda il brodo! Nunziata, core mio, Malia!

Malia accorreva, felice del suo grande appetito di ragazza forte. L'altra si mosse svogliatamente, indugiandosi presso alla tavola per soffiare sullo sparato d'una camicia, ove era caduta la cenere della sua sigaretta. Si dimenticava lì, guardandosi le mani, passando sotto l'unghie lo stecchetto d'avorio con cui s'allargano i buchi ai colletti. Come poi lo premeva nervosamente sulla tavola, lo stecchetto si spezzò con un colpo secco che la fece trasalire. Le balzò in faccia uno dei frantumi.

— Nunziata! Core mio! — implorava la vedova, tra un romore di piatti.

Ella passò accosto al ragazzo. Le parve ch'egli dormisse. In punta di piedi arrivò sino alla scaletta, si volse ancora a guardarlo, lungamente. Poi disparve, mettendo un fruscìo a piè della scala, ove la vedova ammonticchiava fasci di lauro secco, pei decotti al piccolo.

Il tisicuccio rimase solo. Donna Maria aveva portato su uno de' lumi, e nella bottega la luce era mitigata. L'altro splendeva sulla soglia, lasciandosi dietro una penombra. Di fuori si rappaciava la pioggia, ma rimaneva l'aria abbuiata. Un cattivo odore di terriccio smosso, di spazzatura immollata agli angoli della viuzza, un fetore violento che saliva dalle feritoie nere, penetravano nella bottega.

Il piccino s'agitava, inquieto, impaziente. Sbadigliò, incrociò le braccia, stendendosi, come desideroso di sonno. Ma di colpo si torse serpentinamente sul divanuccio, dilatò le pupille, protese rigidamente il busto, spalancò la bocca. Prima del grido che gli fischiò nella strozza un impeto di tosse metallica gl'imporporò la faccia, iniettandogli i vasi capillari, chiazzandogli gli zigomi. Una viva ansietà gli palpitava negli occhi disperati. Si levò e ricadde. Una languidezza profonda sospese ogni funzione: un soffio di morte lo raffreddava. S'abbandonarono le braccia, la testa pencolò, trascinando il corpo su pel divanuccio, nell'ombra. Quasi senza romore egli cadde fra' piedi della tavola, e lo coperse un lembo del lenzuolo che da quella parte quasi toccava terra. Solo una piccola mano rattratta ne sbucava fuori. Quel lembo del lenzuolo che aveva ceduto si rimise a posto, tornò immobile, e lo nascose.

Di sopra i piatti s'urtavano. Ma nessuna voce si levava. La ragazza Peppina scese con uno strepito di ciabatte saltellanti, con la bocca rossa, mangiucchiando. Andò a bere alla fontanina di casa, allungando le labbra al secchietto che riempì mentre seguitava a mangiare. Poi gironzò attorno, guardando qua e là, guardandosi un po' nello specchio in fondo. Infine si andò a buttare sul divanuccio caldo ancora e vi si stese beatamente, la bocca socchiusa, gli occhi socchiusi, le mani che scivolavano sul petto nascente e ne provocavano le forme indecise.