Come nell'opera del Di Giacomo non è da fare distinzione tra poesia e prosa, così si potrebbe dire che vi appare abolita l'altra tra poesia e pittura. Si vedano i suoi paesaggi, le sue rappresentazioni di ambienti, le sue figurazioni di fisonomie ed atteggiamenti. E veramente il Di Giacomo non esce poeta e novellatore da un gruppo di letterati che verseggiano e narrano; ma vien fuori di tra i pittori napoletani, coi quali, e non con gli uomini di lettere, gli piacque di convivere fin da giovane, per affinità di temperamenti, per attrazione di simpatia e di reciproca intelligenza, per modi d'ispirazione e abiti di lavoro. Chi penetra oltre la superficie, avverte subito nelle sue pagine i procedimenti del pittore che costruisce il quadro ponendo i colori e distribuendo luci ed ombre.

Pittore non pittoresco, cioè non sfoggiante; e poeta e novellatore che sa fare cose grandi con niente, cioè senz'averne l'aria, distruggendo a forza di lavoro tutto ciò che in altri, col troppo e col vano, con gli sforzi e con gli «effetti», accusa l'immaturità della visione. Il Di Giacomo non preme sui suoi motivi artistici, sottintende tutto ciò che si può sottintendere, condensa e concentra quello che per pigrizia altri lascia errare diffuso; ha in grado eminente la castità della forma, che si suole chiamare «classicità».

La quale classicità, che parecchi ai giorni nostri credono di ritrovare nelle opere povere di vita etica degli artisti decoratori e sensuali, è invece il più forte veicolo della ricca vita etica e passionale: è l'arco robusto che manda sicuro al segno lo strale. La nota dominante nell'animo del Di Giacomo, nei suoi versi e nelle sue prose, è data dalla pietà: una pietà amara, che non filosofeggia, non si consola con considerazioni sull'universo nè si atteggia a pessimismo sistematico, ma resta semplicemente questo: pietà: «E ched è sta vita nosta! Quant'è amara e quant'è triste!», esclamano due versi di un suo compianto per una ragazza tradita e morta: esclamazione, che è tutta la sua filosofia. E per mia parte non posso leggere queste pagine senza sentire di tanto in tanto un nodo alla gola e ritrovarmi gli occhi umidi — di un intenerimento che non discerno fino a qual punto venga dalla pietà delle cose narrate e fino a qual altro dalla stessa ammirazione per la perfezione artistica della forma. Le due forze, etica e artistica, qui confluiscono veramente in una.

In questa ristampa, editore e autore sono stati concordi nell'intitolare il volume: Novelle napolitane: titolo al quale io mossi sulle prime qualche obiezione, parendomi che in certo modo restringesse il significato umano di queste novelle, e ne sminuisse altresì il valore artistico, perchè suggeriva l'idea che fossero «quadri di costumi» e appartenessero a quelle opere, determinate da ragioni non puramente estetiche, che sono dirette a far conoscere ai curiosi le condizioni di un popolo o di una classe sociale. Ma, poi, il titolo non mi parve del tutto improprio, considerando quanta parte della vita di Napoli, — di quelle sue stradicciuole «dove ogni casa nasconde e cova un dolore», — trovi il suo documento nell'arte del Di Giacomo: — e di una Napoli che ora per molti rispetti si è già dileguata, la Napoli che ricordo di aver visto anch'io nella mia adolescenza, la Napoli di trent'anni fa.

Giugno 1914.

Benedetto Croce.

[1]. Ne restano fuori quelle fantastiche di Pipa e boccale e le altre Nella vita edite nel 1903, per non parlare dei bozzetti contenuti nelle due serie di Napoli, figure e paesi.


Il menuetto

Giugno mite, dolcissimo, avea sorriso alle cose con l'ultima sua tepida giornata. Il piccolo vecchio sedeva in una pur vecchia poltrona ancora pienotta, nell'angolo della finestra. Le mani carezzavano i pomi dei bracciuoli; leggermente china la testa sul petto, gli occhi socchiusi, egli era vinto da un languore, nella rosea poesia del tramonto.