E si mise a passeggiar nella stanza, con gli occhi a terra, tutto pensoso. Ora si stancava, non sapendo che fare per distrarsi. Si andava fermando innanzi alle pareti sporche, contemplando curiosamente tutti gli sgorbii che le macchiavano. Una era addirittura illustrata da cima a fondo; una filza di numeri grossolani scendeva fino a terra, qua e là sotto ai terni e alle quintine c'era una giocata a lettere indecise, miscuglio ingenuo di maiuscole e di minuscole. Egli cercò in un angolo la traccia del suo ultimo passaggio. Era ancora lì, segnata con la carbonella in un quadratino fantastico: un cuore fiammante che una lama di pugnale trapassava a mezzo. Lì tutto il suo amore ardente e minaccioso, pieno di gelosie e di tenerezze, lì il ricordo degli occhi grandi e della bocca rossa di Vincenzella, il preludio di un tradimento e d'una rasoiata. Vi rimase innanzi, guardando, a lungo, con le labbra strette e le mani convulse. Poi sputò nel muro con un moto di collera. Ricominciò a passeggiare; la solitudine lo irritava; sbatteva i piedi a terra, fremendo, sferrando il tacco sul tavolone che vibrava con un rumore sordo e cupo. Andò al finestrone e sedette sul parapetto. Faceva freddo; laggiù nel cortile la moglie del guardiano attizzava il fuoco nel braciere, con una mano sul petto, nella piega dello scialle.
Di sotto alla gelosia, tagliato sino alla metà d'un cartellone da teatro, il muro di faccia appariva nella strada, bianca e pulita in una fredda giornata di capodanno.
Nessuno si vedeva; solo di tanto in tanto passava un mattiniero frettoloso, con le mani nelle tasche del soprabito e il naso nel bavero. A volte nell'aria fresca impazzivano sul vento migliaia di scintille rosse, venute da fiammate vicine che l'angolo di un palazzo nascondeva.
Più tardi, in quella malinconia, il sarto di faccia mise fuori ad asciugare, innanzi alla bottega, un panciotto scuro fumante, su cui aveva passato il ferro caldo.
Ciro guardava, rannicchiato nello spigolo del finestrone, le mani in saccoccia sino ai polsi. Lo consolava una strana compiacenza di quello che ora, a lui solo e chiuso, gli toccava soffrire; s'atteggiava con sè stesso a vittima temuta, sorridendo all'abitudine sua di bassezza, alle persecuzioni di cui era fatto segno.
E con la fronte appoggiata all'inferriata, la posa molle e abbandonata, canticchiò fra i denti:
Vaco sempe carcerato,
A' casa 'e mamma....
Ma, alla distesa, la voce gli venne meno. Era stato uno sforzo. Ora una tristezza atroce lo pigliava all'anima, spezzandogli le parole sulle labbra.
— Che brutt'anno ho cominciato!... — sospirò.