Dalla sua poltrona il piccolo vecchio faceva correr lo sguardo compiaciuto sul leggìo, sulle carte da musica ammucchiatevi accanto. L'occhio carezzava la pallida fila della tastiera, le mani desiderose fremevano sui bracciuoli della poltrona.

Finalmente la spinetta trionfò. Il piccolo vecchio si levava pian pianino; fece due passi nella camera, si fermò, respirò rumorosamente, come a togliersi un gran peso di su lo stomaco. Si fregava leggermente le mani, preparandosi, tutto compreso della sua piccola commozione. Da un vassoietto tolse una bottiglia di rosolio di cannella, empì un bicchierino smerigliato, centellinò, facendo schioccar la lingua, tossendo, battendosi in petto piccoli colpettini. Infine affrontò coraggiosamente la spinetta; le si sedette innanzi, passò un gran moccichino di filo scuro sulla tastiera, che di sotto si mise a strepitare, discordemente. Le mani del vecchio tremavano così forte ch'egli dovette sostare un pezzetto, per quietarsi. Poi corsero subitamente per una scala semitonata. La spinetta si svegliò in un chiasso di note saltellanti. Dio, che foga! addio vecchiezza! Il cuore faceva: tic-tac, tic-tac, sul ritmo della musica, il sangue correva ai pomelli delle guance, brillavano gli occhi, le labbra mormoravano. Egli s'abbandonava indietro sulla seggiola a tamburello con le braccia stese, le palpebre socchiuse. Una furia d'allegri, d'andantini, di ariette, di fughe vorticose, gli turbinava dentro nell'anima.

Provò a rappaciarsi. Dolcemente, sfiorando appena con le dita la tastiera, egli mormorò, dondolando il capo:

Cara, non dubitar....

Cimarosa.... Ah! Cimarosa! Perchè lo ricordava sempre, sempre?... Il piede batteva il tempo sul tappetino, la voce continuava come un soffio:

Pria che spunti in ciel l'aurora

Cheti cheti, a lento passo,

Scenderemo fino abbasso

Che nessun ci sentirà....

Il vecchietto si lasciava trascinare: