Fuggiremo pian pianino,

Per la porta del giardino....

E la melodia empiva la cameretta. Vi rimetteva il tempo d'una volta, il bel tempo d'allora. Tremava per l'aria, sfiorava le pareti, passava sui mobili come una carezza, saliva al soffitto come un profumo del tempo. Un susurro si partiva dalle pareti, da' mobili, da' ritratti, dagli angoli pieni d'ombra e di ricordi; tutta la stanzuccia vibrava, applaudendo. Morirono l'ultime note languide in quel susurro; la spinetta tacque.

Or il vecchietto si chinava a rovistare, le mani impazienti, tra le carte musicali, cercando certo suo menuetto, scritto a' giorni della gaia giovinezza. Finalmente lo trovò, finalmente lo spiegò sul leggìo dal quale era tanto tempo, tanto tempo lontano. Inforcò gli occhiali, accostò gli occhi alla carta, lesse, con l'anima sospesa, col cuore in gran palpiti. Le mani scivolarono sulla tastiera....

Ma subitamente, il volto di lui si mutò; non più ridevano gli occhi dietro i vetri lucenti, non più l'anima rideva. Implacabile e violenta lo riafferrava la disgrazia della sordità, moriva la musica, moriva l'armonia in un profondo silenzio. Il vecchietto si lasciò cadere le mani sulle ginocchia, sconsolato. Che povera fortuna aveva quel menuetto! Eppur quante pene di cuore vi aveva dolcemente accumulate! Il titolo gli venne dalla sentimentale civetteria d'una damina — che sorrideva sempre, ancora, in una cornicetta dorata, sulla mensola. Una piccola bionda dagli occhi azzurri, dalla pelle liscia e rosea, dalla bocca amabile, vestita d'un corpettino da contadinella, scarlatto, a sbuffi di merletto antico, un neo sotto l'occhio, la cipria nei capelli. Disse lei, allora: — Il menuetto è assai gentile; chiamiamolo Confessione.... Lui disse: — Di cosa? Ella rideva, mostrando due piccole fila di perle, un tesoretto.

— Fate voi, mettete pur voi qualche altra parola. Egli balbettò: — d'amore? e diventò del colore di quel corpetto. Lei rideva e infine si lasciò prendere la mano affusolata....

Il vecchietto, sorridendo al ricordo, rimise le mani sulla tastiera, tentò qualche nota dell'adagino, un delizioso fa minore pel quale ella chiudeva gli occhi e abbandonava mollemente il capo sui cuscini del divano. Gli tornò il primo impeto di collera, come nessun'armonia gli arrivava all'orecchio. Si chinò, accostò il capo alla tastiera; i polpastrelli percotevano, due, tre volte.... Nulla, nulla; qualcosa d'indistinto, di vago, un soffio. Davvero tutto era finito, proprio tutto. Un'immensa amarezza gli strinse il cuore, le mani si raffreddarono, madide. Il vecchietto, poggiato il braccio all'angolo della spinetta, abbandonata la testa sul braccio, rimase immobile. Pareva dormisse.

Annottava; l'ombre si raffittivano nella camera, vi mettevano larghe macchie d'oscurità intorno alle quali ogni cosa nuotava in una dolce confusione di linee. Perdeva la stradicciuola la sua gente e il romore; un impreciso mormorio ne saliva, e penetrava nella stanzetta come un soffio. E la stanzetta taceva, in una gran pace. Pure, il malinconico silenzio, di tanto in tanto era rotto. Si sarebbe detto che lì, dietro la spinetta, nell'ombra, qualcuno singhiozzasse.

Gabriele

Il reverendo rettore levò, finalmente, il naso da una scodelletta, in fondo alla quale il suo grosso indice aveva, diligentemente, ripescate, tra il caffè al latte, le ultime miche di pane. Nel silenzio della sagrestia si manifestava la soddisfazione di lui con quel romore del naso particolare dei tabaccosi che fanno il chilo, con un sordo gorgoglio della strozza, ronfante di compiacenza e di respiro che non trova libera la via.