Così vecchio, povero Buovo, si raccomandava pel suo figliuolo alla cui tenera età sarebbe stato grave il peso dell'armi. Si raccomandava sapendo della venuta di Rolando e Adalberto suoi nemici, che menavano con loro tremila Maganzesi all'assedio della sua città. Fece chiamare i suoi guerrieri, ripetette i consigli. Parlando, alzava il braccio con la spada, volgendone la punta verso chi ascoltava, lasciandola ricadere lungo il cosciale che mandava un tintinnio di latta percossa.

Fidava poco nella moglie che, giovane e spensierata, niente si curava delle cose di Stato, attendendo a farsi bella. S'armassero: il pericolo era grandissimo; sapeva i due fratelli Maganzesi furibondi e desiderosi di vendicar la morte del loro padre ch'egli, in leale combattimento, aveva ucciso. La chiave della città aveva affidata alla regina e alle cure di lei il figliuolo, quand'egli, uscendo, soccombesse.

I guerrieri a gran passi s'allontanavano, il corpo in direzione delle quinte, la testa immobile, volta verso gli spettatori — e la scena mutava.

Nelle sue camere la regina, pazza di gioia per l'arrivo dei Maganzesi, affidava a un suo confidente un messaggio per Adalberto.

Il ragazzo che di sopra la moveva dandole una voce stridula di donna giovane, l'agitava nella serica veste gialla che pigliava a volte delle pieghe strane sulla rigidità delle gambe. Nell'uditorio, affezionato al vecchio Buovo, quel tradimento faceva correre un disgusto enorme.

Qualche apostrofe insultante interrompeva la regina nelle manifestazioni del suo amore colpevole. Nondimeno ella raggiungeva l'intento, il fedel servo recava al Maganzese la lettera e glie l'accostava al viso, tenendola alta perchè la leggesse. Era scritta in versi zoppicanti, le cui rime pompose incantavano il pubblico analfabeta. Figurarsi la gioia d'Adalberto! Finalmente avrebbe nelle mani quel vecchio imbecille che avea trucidato il padre di lui! Tardi giungeva ma in tempo la vendetta! Si preparassero i suoi: la regina avrebbe consegnata la chiave della città!

Un rullo assordante di tamburo copriva le nobili parole, la tela, svolgendosi, calava, battendo sul capo a un guerriero che non s'era fatto a tempo indietro. Il vocìo dell'uditorio diveniva formidabile; delle conoscenze distanti di posto si facevano notare con un fischio, qualche nuovo venuto, se la discorreva con quelli del lubbione, levando la voce per farsi sentire. Un bambino, che il rumore spaventava, cacciava dei piccoli gridi di pianto che trovavano un'eco derisoria nella turba dei monelli. — Gli desse latte la mamma: o non lo sentiva che voleva poppare?! — Dalla piccionaia un piagnisteo di creaturina poppante imitato comicamente faceva ridere tutta la platea. L'acquafrescaio, in maniche di camicia, un berretto tondo di lana colorata sul capo, profittava dell'intermezzo per fare il giro, portando nel vassoietto i bicchieri già pieni ove una sfumatura d'anice sbiaccava l'acqua.

Attorno ai bicchieri delle ciambelle da cinque un soldo attraevano l'attenzione dei bambini, che la varietà multicolore dello zucchero dipinto riempiva di desiderii. La piccionaia, più modesta, si contentava dei semi di cocomero secchi, che spilluzzicava colle braccia fuori del parapetto, interessandosi a guardare in giù la pioggia di bucce che si disseminavano in platea.

Qui i commenti del primo atto mettevano in discussione intere file di spettatori. Un giovanotto sbarazzino, che aveva un fazzoletto di seta rossa attorno al collo e al mignolo della destra una fascetta d'oro, s'ostinava contro Tore.

— Me lo chiamate tradimento?