L'amore è come l'acqua chiara che ogni piccola cosa la turba, e agli uomini tante volte la passione pizzica le mani. Questo non vuol dire che d'ogni padre i figli non siano gli occhi della fronte, e se Tore lasciava passare le bravate del figliuolo, Vito se lo pigliava il diavolo quando la Nannina gli tornava a casa a sfogarsi, colla faccia rossa e gli occhi lagrimosi. I figli, i figli! E poi li vanno cercando e alla vecchiaia ingoiano i bocconi amari! E dire che a Sant'Anna si dovevano sposare, che facevano all'amore da più d'un anno e Tetillo non fumava più quattro sigari al giorno, perchè con parecchi risparmii voleva mettere da parte la prima pigione di casa.
A vederli così, con tanta buona intenzione, le famiglie stavano come pane e cacio e mai s'era detto un ette. Ora per un motivo di gelosia c'era stato l'inferno, tanto che alla siè Rosa pel gran gridare che aveva fatto che Nannina se la voleva tenere in casa scambio di darla a quello sforcato, s'era affiochita la voce e aveano dovuto chiamare il salassatore per alleggerirla del sangue.
Come sarebbe finita nessuno lo sapeva; certo è che i due compari, da vecchi amici che prima erano, adesso non si guardavano più in faccia, e per via, se uno pigliava a destra l'altro scantonava a sinistra, contando le pietre del selciato.
E bisognava dire proprio che ci avesse posto mano il diavolo, che li faceva incontrare nel teatrino e a quel modo come se si fossero intesi prima. S'erano adocchiati e non si movevano più; l'inquietudine di quella vicinanza inaspettata li tormentava. Si guardavano di sottocchi procurando di rimanere impassibili nella loro stentata aria d'indiffenza. E, aspettando, si rassegnavano, mentre il pensiero della rappresentazione che li avrebbe distratti li confortava.
Il teatrino si riempiva, a poco a poco. L'uditorio abituale della seconda rappresentazione entrava, lentamente, scegliendo i posti migliori nelle prime file di sedie. Le conoscenze si salutavano, gravemente, e aspettando che si desse principio si mettevano a discorrere dell'epoca triste, delle regole al lotto, del pane che rincariva. Si vedevano lì col desiderio di trovarsi assieme dopo il lavoro d'una giornata. Le assenze si notavano una dopo l'altra.
Poi, mentre i discorsi ricominciavano sopra un altro tono, il fracasso dei monelli, che pigliavano d'assalto la piccionaia, provocava laggiù un malumore d'insofferenza. Prima che avessero preso posto, quei figli di male femmine, non si sarebbe potuto dir due parole! Era un chiasso d'inferno. Ora s'arrampicavano per la scaletta a chiocciola, spingendosi, cadendo sui gradini con un tonfo sordo, tra grandi risate argentine di birichini liberi. Facevano a chi prima arrivasse; qualcuno che non trovava più ove ficcarsi s'aggirava attorno, spinto qua e là, mentre spiava un cantuccio, cacciato via a fischi, urtato dai nuovi arrivati che non gli davano modo di sedere. Una fila di teste curiose rasentava il soffitto, ove degli angioli rosei sorridevano cullati da nuvolette bianche, sfioccate. Un'afa di caldo, che la prima rappresentazione lasciava ancora nell'aria, vi saliva, sfiorando il parapetto. Delle piccole facce brune si sporgevano, già rosse, con gli occhi lucenti, pieni di malizia.
S'aspettava ancora per cominciare; il teatro, riempiendosi, si preparava, pazientemente.
In un cantuccio sotto la ribalta, di cui i quattro lumi a petrolio affumicavano il sipario che mostrava delle tristi nudità di tela, l'orchestra, in gruppo, sottovoce, si raccontava i fatti di casa. A volte delle chiamate insistenti dalla piccionaia disturbavano le confidenze; il trombone, vecchio del mestiere, le intratteneva, soffiando nello strumento che metteva una nota rauca, come una promessa; dopo, per un momento, il silenzio si ristabiliva e, nell'angolo, i piccoli gesti, le asserzioni, le curiosità del racconto ricominciavano. Ma a poco a poco, di sopra, le apostrofi ingiuriose dei monelli impazienti protestavano contro la mala voglia. Che si narravano laggiù quelle tre vecchiaie? che non s'aveva più il diritto di sentir un po' di musica, prima? Non per niente pagavano due soldi a star pigiati come le aringhe! E si pestava il tavolato, fischiando, urlando, ricordando all'orchestra un motivo preferito. Qualche buccia d'arancio veniva giù a colpire in testa qualcuno della musica; allora essa si decideva, bestemmiando fra' denti, nelle lunghe risate soddisfatte che esilaravano la piccionaia. Così tutti a una volta, imboccati gli strumenti, spolmonandosi, avanzando il tempo per farla presto finita, s'incoraggiavano, con una fretta rabbiosa. Dalla piccionaia gli applausi frenetici accompagnavano le prime note; si ripetevano, zufolando, variazioni che solleticavano l'orecchio.
A un punto la tela che s'alzava, arrotolandosi, decise un silenzio profondo.
La reggia di Buovo d'Antona colle grandi colonne dorate, le tendine a nappe di seta cremisi, gli specchi dipinti di verde sulle pareti, sorprese il lubbione. Sotto la porta di entrata due guerrieri di guardia si dondolavano ancora, leggermente, appesi pel loro filo di ferro a un gancio che si perdeva dietro il panneggiamento. Dimenticati, rimanevano lì, ripigliando la loro inanimata immobilità, lo sguardo fisso, le braccia pendenti, le gambe allargate, di cui i piedi strisciando sul pavimento si rialzavano sui talloni, con le punte in su. Venne fuori Buovo, già vecchio. Si fece innanzi con grandi gambate epilettiche, con la spada attaccata alla mano, l'elmo coperto di piume d'ogni colore. Girò lentamente la testa, che si fermò di scatto. Salutò i due guerrieri con un moto spezzato del suo braccio di legno. Parlò; la voce rauca dell'uomo che moveva la marionetta sembrava venisse da lei; nel silenzio, delle apostrofi brevi, delle gravi raccomandazioni accompagnate da leggeri movimenti del capo, ingannavano.