Prese un sigaro e alzandosi andò ad accenderlo a un lume della ribalta.

Vi fu un momento di silenzio; tutti e due che tiravan fuori delle boccate di contentezza si interessavano alla musica che stroppiava il Rigoletto. Tore, accompagnandola, si dondolava come un appassionato e batteva il tempo coll'indice sulla spalliera della sedia di Vito. L'altro se la pigliava col sigaro che non tirava. Una soddisfazione di fanciulli acchetati li metteva in allegria, incitandoli a delle piccole libertà di giovani. E come la musica moriva in un silenzio d'indifferenza, Tore, di colpo, si mise a gridare:

— Beatrice! Beatrice!

Una immensa approvazione rumorosa agitò la piccionaia. — Sì! si! Beatrice! La serenata cogli ombrelli! Beatrice! Beatrice!

Il tavolato del loggione a furia di pedate tremava tutto; nel fracasso che cresceva delle chiamate furiose, degli urli comici di monelli messi in brio arrivavano alla musica, irritandola. Giù in platea il desiderio si mostrava meno violento: solo, dei gruppetti di giovani, all'ultima fila, si passavano la voce, divenendo insistenti. Due femminucce strillavano, tenendosi i fianchi, rovesciandosi l'una sull'altra tra grandi risate. E dalle tavole mal connesse del pavimento percosso, un nugolo di polvere si levava e provocava starnuti rumorosi.

— Senti che li piglia! — disse il trombone, rovesciando in giù la boccuccia dello strumento, per farne scorrere la saliva.

I compagni guardavano in su con occhiate terribili. Ma quando si preparavano, nel rumore che cresceva, la tela, alzandosi lentamente, li dispensò da Beatrice.

L'ultimo atto durò pochissimo; il tradimento della regina si compiva, Buovo era trucidato da Adalberto, la città cadeva nelle mani dei Maganzesi. L'innamorata regina accoglieva nelle sue braccia il guerriero amato. Le calde proteste della sua passione eccitata irritavano il pubblico; insulti da trivio le cadevano addosso mentre lei sclamava, le braccia per aria, il corpo che si contorceva. I sospiri si perdevano negli urli d'insofferenza, nelle apostrofi rauche e minacciose della piccionaia aizzata, sorta in piedi. La tela scese in una ostile manifestazione di fischi e d'improperii, che assordò l'uditorio con un lungo schiamazzo. Ora s'usciva; ad ognuno, impiedi nel corridoio, pareva mille anni di trovarsi fuori. Si spingevano, coi petti che urtavano le spalle, compatti, soffocati, impazienti.

Alla porta, troppo angusta, la folla si fermava, incalzata dalle proteste di quelli che si trovavano all'ultimo e che non sapevano dell'intoppo.

— Ohè! che s'aspetta laggiù?