Vito non parlò più, meravigliato dell'atto che gli cadeva addosso come una tegola. Lì per lì non pensò nemmeno a ringraziare, non sapendo se dovesse offendersene o tenerselo come una finezza.
Così rimase immobile sulla sedia, senza conciarsi bene, chè a voltar le spalle a Tore in quel momento gli pareva una mala grazia. Alle gambe gli salivano delle stirature dolorose che la posizione incomoda provocava, ma tenne duro. Intanto la gentilezza del compare, meditata in un momento di calma, lo confondeva; a pensarci su si sentiva nell'anima qualche cosa che si ribellava come ad un'umiliazione, ora che di mezzo ci correva la sfuriata del giorno avanti. Che era mo' quel pagar lui all'improvviso? O che il rispondere suo in quella discussione se l'avesse tenuto come un'attenzione, credendo che l'avesse fatto per rappaciarsi? E senza moversi, con le spalle leggermente chinate, guardava in una grande confusione il soldo che gli era rimasto fra le dita e che per suggezione non rimetteva in saccoccia. Lo girava, stupidamente, strofinandoselo sulla coscia, facendolo passare nella cucitura dei calzoni....
A un tratto un'idea luminosa lo colpì; si ricordava di certi sigari che avea serbato dalla mattina, nella saccoccia del soprabito.
Vi ficcò la mano: c'erano, due, proprio due che pareva ci avesse pensato. Li cavò in punta di dita, con un tremito nella mano, e si volse.
L'altro che s'era accorto del maneggio, tossiva guardando in su con un'aria distratta.
— Senz'offesa, — disse Vito, stendendo la mano coi sigari.
Tore volle fare il meravigliato.
— Ebbene? — disse. — E perchè?... Volete disobbligarvi....
— Oh! oh! — protestò Vito col braccio teso.
— Quand'è così, vi ringrazio, — s'inchinò Tore.