Nella strada, all'aria frizzante che dava loro dei piccoli brividi di freddo, s'aspettarono, guardando in su che tempo facesse. Nel cielo sereno, d'un azzurro cupo tutto uguale, delle stelle grosse come il pugno s'accendevano di bagliori di luce elettrica.
I lumi a gasse che imbiancavano, messi in giro sotto la tettoia, la facciata povera del teatrino, innanzi, nella strada sporca, mettevano una larga macchia d'ombra. Delle donne vi ronzavano, lentamente, dondolandosi, trascinando le ciabatte con un romore secco di tacchi. Rasentavano la fila chiassosa delle carrozzelle, evitando la luce chiara dei fanali che segnava a terra una fascia luminosa ove le loro ombre arrivavano, allungandosi grottescamente.
La mezza oscurità della piazza le compiaceva: s'accostavano daccapo alle carrozze, vi si fermavano dietro, immobili, aspettando. Qualcuna, le mani nelle saccocce del grembiale corto, sbadigliava, guardandosi attorno con occhiate lente, piene di stanchezza. E dopo aver fatta dieci volte la stessa strada si fermava di colpo, istupidita dall'abitudine, mentre passandole accosto, le compagne si lagnavano, a voce alta, con frasi sconce d'aspettativa insoddisfatta.
Una che abbandonava un crocchio di soldati allegri, canticchiando, le mani strette dietro sul dosso, s'accostò a Tore. E come lui faceva le viste di non accorgersi, essa, lievemente, lo urtò col gomito, guardandolo.
— Sentite.... — mormorò.
Allora tutti e due si volsero; l'invito li metteva in un'allegria di giovinotti. Ma senza darle retta, lasciandola lì disillusa, s'allontanarono, ridendo, urtandosi, inciampando nei mucchi di spazzatura.
— Che voleva, che voleva? — fece Vito.
L'altro, si guardava addietro: gli pareva d'averla ancora alle spalle.
— E che so io?
Nella piazza si fermarono, ridendo sempre senza sapere perchè. Tore che aveva infilato il suo sotto al braccio del compare, volle ritrarlo, ma l'altro lo trattenne.