Balbettò qualche scusa, arrossendo. Il rettore si soffiava il naso e svegliava l'eco della grande navata. Lentamente, si fermava qua e là, davanti agli altari, alle pilette dell'acqua benedetta, agl'inginocchiatoi su' quali stratificava la polvere.
— Qui bisogna passar lo straccetto ogni giorno. Qui lavar con l'acqua di tanto in tanto. E i candelieri! Mi raccomando assai pei candelieri. E quando sono accesi badare che non mi brucino i quadri. Guarda, quest'è opera delle fiamme de' candelieri....
Con l'unghia dell'indice raschiò appiè d'una Purificazione della Vergine. Era una pittura su rame. Il colore si staccava, carbonizzato.
— È un peccato, — mormorava il prete, — e ogni tanto ho da sentirmi i pistolotti della commissione pe' monumenti.
Nella desolazione delle sue rovine, deserta e fredda, la chiesa invecchiava in un silenzio di morte. Era una chiesa gotica, sulla quale tutte le epoche avevano infierito, e più di tutte il seicento. I finestroni archiacuti erano ridotti a sagome inestetiche, gravati di fregi, inquadrati da cornici di stucco, da fronzoli e rosoni. Il medio evo, sotto la sgraziata sovrapposizione, fremeva; la pietra grigia pareva che, negli spasimi dell'insofferenza sua, volesse liberarsi dal calcinaccio odioso. Lo aveva fesso; serpeggiavano qua e là spaccature profonde e nere. L'invasione non aveva nulla risparmiato; sotto all'intonaco sparivano le fini dorature d'un capitello, si affollavano d'angioli ricciuti e ben pasciuti le vôlte a crociera delle cappelle e, scambio delle severe lastre di marmo, sul pavimento correvano file disordinate di mattoncelli. Della tomba del fondatore della chiesa i francesi del novantanove avevano fatto abbeveratoio di cavalli: quegli stessi francesi che ad una cappelluccia della Madonna strapparono pur un trofeo d'azze e di barbute, memoria di Lepanto. Il sarcofago, di cui penetrava nel muro una parte, attorno al coverchio aveva una iscrizione in lettere gotiche, e, a tratti, le lettere sparivano, poichè la polvere secolare ne aveva colmati i solchi.
Dietro il maggiore altare la morte era spaventosa. Si sfasciava il coro, si coprivano di polvere gli stalli deserti, e il legno si torceva nell'umidità, convulsionato come in riso doloroso, mostrando per lo spaccato chiodi ritorti e brani di vecchio legno.
Lungamente, come il rettore lo aveva lasciato libero, il novello scaccino rimase in contemplazione del coro, conquistato dalla varietà strana di tante minute pitture, che sopra ogni stallo, nell'inquadratura a rabeschi, ricordavano santi, o patriarchi, o assunzioni e martirii di vergini. Su quel del priore un barbuto Simeone circoncideva un piccolo Gesù, reggendolo in una grossissima mano, con, a lato, la Vergine e il falegname Giuseppe, dalla bianca barba spiovente. Il cinquecento avea profusa tutta la sua erudizione architettonica in queste fredde pitture, di cui i tratti avevano durezza d'incisione e austero segno ingenuo. Colonnine ed arcate a sfondo interminabile, peristilii eleganti, fregi a serpi e ghirigori; non uno sfumo, nessun'ombra. Eran monaci ossuti dalla deforme testa rasa sulla quale, a uno a uno, si potevano contare i capelli aggiustati in aureola; monaci dal collo taurino, dagli occhi astratti, le dita curiosamente sbucanti dall'intreccio delle mani in preghiera, le unghie accuratamente segnate dal paziente artista. Erano martiri beatificati, dalle lunghe facce piagnucolose, dalle vestimenta orlate di stelle; erano pargoli nudi che avevano piedi d'uomini fatti.
Le pitture diventavano rosse, si staccavano dal legno, e delle lunghe righe di puntini neri segnavano il passaggio dei tarli. Cominciava il banchetto de' tarli a sera e, nel grave silenzio, pareva che un'unghia umana lievemente grattasse sul legno.
Lo scaccino si dimenticava, assorto. Di tratto in tratto, all'altro capo della chiesa, cadeva un pezzetto di travicello roso, un frantumo, dall'organo sconnesso, e una lieve nube di polvere si diffondeva intorno. Pei finestroni sconquassati piovevano ombre fitte, che più s'addensavano. Era l'ora in cui la chiesa si concedeva all'oscurità.
Lo scaccino rientrò in sagrestia. Il rettore si spazzolava, chiacchierando con un altro prete del quale un'ombrella enorme gocciolava sul pavimento.