Era l'ora del mezzodì; sotto la sferza del sole nessun uccello si avventurava sugli alberelli vicini, nessun passero saltellava sulle sabbie ardenti dei viali, ma giù nel boschetto, che pareva tuffarsi nel lago, l'usignuolo levava ogni tanto la voce di mezzo al confuso chiacchierio di mille voci.

Un pezzo stettero silenziosi, colle mani strette; si guardavano ogni tanto e si sorridevano a vicenda. All'improvviso s'udì uno sbatter d'ali, e un corpo nero fendette l'aria. Ernesta, che l'aveva visto colla coda dell'occhio, ebbe appena tempo di voltarsi; in mezzo al verde chiaro d'una robinia essa riconobbe uno stornello. L'audace pennuto pareva proprio rivolgersi a lei, spiegando tutta la sonorità della propria voce di contralto, in un saluto.

—Stallo a sentire—disse Ernesta.

Ma in quella lo stornello spiccò il volo ed andò a posarsi in cima ad un noce altissimo, dove ripigliò il suo gorgheggio.

Ernesta mise il capo fuori della finestra per vedere chi l'avesse fatto fuggire, e vide…. orrore! il dottor Agenore che, col fucile spianato, toglieva la mira verso il noce. Un grido ed uno sparo…. tacque il gorgheggio…. un brevissimo istante di silenzio, e finalmente l'uccello si staccò dalla pianta volando in direzione del boschetto.

—Sbagliato!—gridò Ernesta battendo le mani;—bravissimo!

—Dica che sono un asino! venti metri di distanza al più, carica di pallini da lepre…. è la prima volta che sbaglio.—

In così dire Agenore entrava in casa. Ernesta e
Leonardo gli vennero incontro.

—Sono un asino, non me la perdonerò mai….

—Ma perchè pigliarsela con uno stornello?