—Che non perda il mio tempo al caffè od al circolo, che non mi avveleni a stilla a stilla colla noia, che non intorpidisca le fibre coll'ozio, che non corra pazzamente dietro alla felicità colla felicità stretta nel pugno…. solo ch'io faccia tutto ciò, sono al sicuro da una ricaduta. È questo che vuoi dire?
—È questo.
E appena Agenore se ne andò a girare pei campi col fucile ad armacollo, il poveretto corse in una stanzetta piccina e gentile, si arrestò sull'uscio come sul limitare d'un tempio, finchè la sacerdotessa gli venne incontro ad introdurlo colla cerimonia d'un sorriso e d'un bacio. Ed allora essa sedette sopra una poltroncina, egli se le inginocchiò ai piedi e cercò il suo cielo in quegl'occhi neri lucenti; e fra il sorriso amoroso ed una stretta di mano tenace ed un amplesso misurato dal palpito robusto e sereno del cuore, sentì il bisogno di ripeterle per la centesima volta:
—Ti ricordi, quando vivevo al tuo fianco senza saperti leggere dentro, quando te bella, gentile, appassionata possedevo indifferente, ed i tuoi sentimenti ed i tuoi affetti non comprendevo o sdegnavo come un impaccio?
—Sta zitto—disse Ernesta,—sta zitto.
—No, non sto zitto; te ne ricordi? Ti ricordi il giorno che ti rimproverai l'amore innocente dei tuoi fiori, e beffai la canzone del tuo canarino, e risi del santo culto dei tuoi poveri morti? Te ne ricordi? Ebbene, allora, allora più che mai, allora solo ero cieco.
—Sta zitto.
—No, non sto zitto. Io che le ho provate entrambe, lo posso dire: più della cecità degli occhi, è paurosa e crudele la cecità dello spirito. E se la notte, quando sogno di essere ancora cieco o mi sveglio d'improvviso nel buio e mi coglie una terribile paura, se allora mi si proponesse di scegliere tra la luce che illumina la mia pupilla e quella che m'illumina il cuore….
—Sta zitto…. ascolta….—
E così dicendo, si levò in piedi, socchiuse un'imposta della finestra, e col braccio tenne lontano Leonardo, perchè il raggio che penetrò nella cameretta non gli battesse sul viso.