Il dottore non ebbe tempo di dare il suo nome volgare alla febbre simpatica che piglia in una volta due esseri, perchè Ernesta, obbedendo ad un impeto irresistibile, proruppe in lagrime e nascose la faccia fra le mani.
Non si era mai aperto un orizzonte così ampio agli occhi del medico materialista, il quale ebbe le vertigini, fece un sogno audace, ed approfittando della licenza che gli dava la sua veste dottorale, prodigò un mondo di carezze poco scientifiche alla bella donna. Forse per la prima volta in vita sua egli si accorgeva del fascino sintetico che emana da una creatura di genere femminino. E si trovava senza avvedersene a vagheggiare le forme leggiadre di quel corpo che aveva le seduzioni della bellezza, della grazia, dell'abbandono e del frutto proibito. Bisogna dire che i filosofi materialisti non siano corazzati meglio degli altri e che il conoscere gli elementi, di cui si compone una corbelleria, non renda molto più forti nel resistere alla tentazione di commetterla. I nervi del dottor Agenore ne stavano appunto commettendo una, e il cervello, coll'aria di volersene stare in disparte, se ne faceva l'istigatore ed il complice.
Si indovinano le fantasie di quell'uomo così poco fantastico; egli vedeva una bella donna sul punto di separarsi da un marito indegno, l'accompagnava nella solitudine, spiava gli occulti moti del suo cuore e ne scandagliava il vuoto…. si sentiva un desiderio cocente di colmare quel vuoto, di pigliare il posto dell'indegno, e trovava quel desiderio legittimo.
—Ah!—diceva egli perdendo assolutamente di vista la dottorale gravità,—ah! cara signora, non le mancherà, no, chi l'adori come ne è degna; quel povero Leonardo è malato, non capisce il bello, non sa amare robustamente, la linfa lo atrofizza, i cattivi umori gli inacidiscono l'umore…., a lei doveva toccare in sorte un uomo gagliardo, di temperamento sanguigno (il temperamento meglio fatto per l'amore), un uomo non viziato dall'abuso, non stanco dei piaceri, ma che dalle fatiche d'una vita studiosa sapesse volare….—
Il dottor Agenore disgraziatamente non sapeva volare sulle ali della rettorica meglio di così, ed anche così non poteva durare un pezzo. Si fermò per ripigliar fiato, ebbe un momento di rilassatezza delle fibre e temette di essere andato troppo oltre.
Ernesta, riasciugate le lagrime, teneva gli occhi immobilmente fissi sul pavimento; probabilmente non aveva inteso nulla.
Agenore si guardò alla sfuggita nello specchio, si rimproverò in cuore di non essersi fatto radere al mattino, fece uscire i polsini dalle maniche del farsetto coll'aria d'un guerriero che assicura l'asta in pugno, e ricominciò l'assalto.
Quando mezz'ora dopo il dottore usciva dalle camere di Ernesta, aveva quell'aria tra fatua e rimminchionita d'un uomo per lo più grave che è dovuto uscire dalla propria gravità e non sa bene se ne sia contento.
—Ci fai una grama figura, Agenore amico mio—diceva l'amico Agenore—una grama figura!… ma quella donna è tanto bella, e Leonardo così fatuo!…—
Leonardo aspettava al Cova con una certa ansietà: