—Il bravo dottore! Il bravo dottore! E la bella visita! Perdoni se non ho lasciato subito i colombi, ma se l'avrebbero avuto a male e sarebbe stato perdere otto giorni di pazienza… Li addomestico a venire a mangiare il miglio e le briciole sulla palma della mano… mi costa molta fatica, perchè non sono veramente eroi i miei piccoli allievi, ma tanto, sa? a quest'ora due sono educati… Bisogna vederli come mi guardano in faccia ad ogni boccone, tirando indietro il collo, per decidere se debbono fidarsi. E m'interrogano anche, mi dicono un po' spaventati: «ôh? ôh?» Fra una settimana mi verranno dietro come cagnolini… scusi, sa?… ma hanno da essere i compagni della mia solitudine.—

Il dottore Agenore strinse nelle sue grosse mani la manina che gli veniva presentata, scrollò la testa lanosa, levò al cielo la faccia lucente, fu lì lì per dichiarare col suo più bel falsetto che la sorte di quei colombi era invidiabile e che egli avrebbe voluto essere per lo meno un piccione. Ma disse a sè stesso che porre la mozione degli affetti prima ancora d'ogni esordio sarebbe stato invertire tutte le regole della rettorica e tradire il proprio sistema di seduzione.

Si trattenne in tempo. E non solo si trattenne, ma ebbe forza di darsi un'aria quasi indifferente e di assicurare la bella che egli veniva in qualità di medico e di amico di casa per vedere come… se mai… insomma per vedere. Ernesta ringraziò con un sorriso ingenuo, si attaccò al braccio del poderoso cavaliere e si diresse verso la palazzina, dicendo colla più gaia sonorità d'accento:

—Ella vuol sapere se sono felice; sissignore, sono felice. Quanto? molto, troppo, tanto che ho paura di qualche disgrazia. Ho ritrovato in campagna tutti i miei giorni d'infanzia, uno per uno… quello in cui stetti ad ascoltare il canto dell'usignuolo dal mio lettuccio; quello in cui assediai la galleria d'un grillo con una pagliuzza e ne feci venir fuori il castellano, quello in cui seguì le processioni delle formiche, quell'altro in cui fui colta da un acquazzone. Salvo che allora godevo spensieratamente, ed oggi invece penso ai miei godimenti, e, quando non me li centuplico, me li sciupo… Lei si fermerà qui tutt'oggi, spero? Desinerà meco! Non dica di no, altrimenti mi faccio venire lo spasimo e la costringo a rimanere per curare i miei nervi… è inteso; ella rimarrà qui fino a sera; desinerà meco. Se teme d'annoiarmi, s'inganna; io non trovo tempo d'annoiarmi, non ne troverà nemmeno lei; le farò vedere il giardino, l'orticello, la conigliera e anche la colombaia… già ne ha veduto i nuovi inquilini; preferiscono vagar pel bosco, ma di tanto in tanto ci vengono per beccare il miglio; finiranno ad amare la loro casa quando sapranno che è tutta per loro.—

Ernesta si interruppe di botto ed uscì in una risata; aveva parlato con tanta volubilità, che il dottore Agenore, pur volendo scusarsi e ringraziare, aveva invano aperto le labbra per cogliere un momento di intervallo da colmare con un ma.

—Ma,—prese a dire—non so se devo…

—Lo so io, e basta; la sequestro, la faccio prigioniero, ella è nel mio territorio.—

Il dottor Agenore anche questa volta fu ad un pelo di supplicare la bella, perchè mitigasse la pena di morte che gli infliggeva colla sua bellezza in prigionia perpetua; ma anche questa volta l'ardita metafora gli parve, come sarebbe stata, prematura.

Erano giunti alla casa, ed al loro arrivo uno stormo di uccelli si levò a volo dal tetto, oscurando il cielo come un nugolo nero. Ernesta battè le mani allegramente:

—Quanti! Quanti! e' sono stornelli, li riconosco al volo; veda, come si muovono in giro per l'aria! a momenti si poseranno ancora. A Milano ce n'era una colonia che abitava i tetti del mio vicinato, e faceva la guerra alle civette; verso il tramonto era una festa seguire i loro circoli, il cielo pareva un mosaico. Ecco, si sono posati, senta come ciarlano! sembrano dire: «Noi siamo le creature più felici della terra…»