L'ultima frase, che era veramente un'invocazione filosofica a tutte le creature dell'universo, avrebbe potuto aver sembianze più pratiche e meglio determinate; ma Ernesta non l'udì. Non udì la frase, e non vide un colombo, uno probabilmente dei due audaci, che era venuto a posarsi sul limitare e cacciava la testina di mezzo al vano, guardando curiosamente prima con un occhio, poi coll'altro.
Il dottore lo vide.
—Ah!—sospirò egli melanconicamente parlando al colombo—come invidio la tua sorte!…—
Ma sentendosi rivolgere la parola in un falsetto che non gli era famigliare, il colombo tirò indietro il collo, guardò alquanto sbigottito l'incognito e la sua padrona, domandò un paio di volte: «ôh? ôh?» e non punto rassicurato, allargò le ali e spiccò il volo.
A quel rumore la bella si scosse, levò lentamente il capo, sprigionando insieme la mano dalla stretta del dottore, fe' prova di levarsi da sedere e ricadde dando in uno scoppio di pianto.
Invano volle reprimersi, le lagrime le sgorgavano abbondanti. Agenore si avvicinò colle fibre in tumulto; non sapeva che pensare, non sapeva che dire….
—Che è stato?—Che è stato?
Finalmente Ernesta riasciugò gli occhi, e rispose melanconicamente:
—È stato lei; sono state le sue massime, la sua scienza. Ah! se il mondo, se l'uomo, se la vita fossero ciò che ella dice, cento volte meglio la morte… Sono pazza, quasi quanto lei,—aggiunse provandosi a sorridere;—è nulla, un ingorgo delle glandule lacrimali; ora è passato; mi aspetti qui, vado a cancellarne ogni traccia coll'acqua fresca, poi le farò vedere il giardino, l'orticello, la colombaia….—
Il dottore accompagnò la bella cogli occhi, e quando fu scomparsa, si picchiò la fronte in aria d'uomo che ha trovato.