—Egoista sì, la mia parte, puro e semplice forse no; ho le mie massime virtuose.
—E ci crede?
—Ci credo; sono fatto così; dall'immensa vanità di tutte le cose umane ho sceverato una sensazione, la sola vera, profonda, sacrosanta, dopo l'amore: il dolore. Tutta la mia moralità entra in questo dogma: «Godi senza dar dolore agli altri.»—
Ernesta non disse più nulla, spinse l'uscio socchiuso della casetta ed entrò in un salotto, salutata al solito dai canarini che svolazzavano per la gabbia a farle festa. Ma questa volta la bella non badò al cinguettìo carezzevole, e si lasciò cadere sopra un divano in atto di stanchezza. Agenore le sedette a fianco, stette un pezzo a guardarla in silenzio, poi le prese la mano, che non si ribellò.
Il sangue acceso del dottore gli mandò sul volto una vampata.
Erano soli; dalla porta rimasta socchiusa penetrava un raggio di sole, i canarini si erano acquetati nel vano della finestra, le cui cortine di garza azzurra lasciavano passare una fantastica luce.
Era venuta l'ora. Non l'esordio mancava oramai, ma l'occasione d'avventare una metafora. Agenore si guardò intorno, poi guardò ancora Ernesta;—era immobile e pensosa.
—Senta,—prese a dire, stringendo la mano che aveva tenuto nella sua,—senta…—
E invano volle andar oltre. Ernesta non sollevava il capo, pensava sempre.
—Senta…—disse Agenore per la terza volta rompendo l'impaccio con un impeto;—l'amore è l'unico bisogno della natura; solo nelle sue febbri amorose l'uomo trova il conforto della vanità delle altre febbri, si dimentica, si perde, rivive a modo suo… Affrettiamo l'amore!—