Ernesta levò i begli occhi sbigottiti sul dottore.

—E dice che l'arte, la scienza, il pensiero importano nulla?

—Alla Natura sì, lo dico e lo sostengo; se le importasse del pensiero mio, dovrebbe pure importarle del pensiero d'un altro assolutamente contrario al mio, il che è assurdo; la infinita varietà delle idee ci riporta al caos.

—Dica all'urto, da cui nasce l'ordine.

—Urto d'atomi, confusione con apparenza d'ordine; a guardarci bene addentro, ciò che pare ordinato non è che piccino e forma nell'infinito il caos. Creda a me, nulla delle cose nostre è necessario, fuorchè… fuorchè… l'amore.

—Virtù, affetti, sentimenti, pensieri, opere, tutto dunque è vano?—chiese Ernesta, crollando vezzosamente il capo ad ogni parola.

—La virtù è una convenzione; non esistono che gli affetti, e sono buoni o cattivi secondo le condizioni dei vasi, dei nervi, dei tessuti. I pensieri è provato che sono bagliori fosforici, le opere sono giocattoli con cui inganniamo noi stessi, rispettabili se servono a farci passar meglio la vita e dar modo di passarla meglio ai nostri figlioli; e quanto al bene in sè, è fatale come il male; vi è l'organismo dell'assassinio, come vi è l'organismo del sagrificio, varietà dell'infinita razza di egoisti puri e semplici.

—Ella che organismo ha?—domandò Ernesta ridendo.

—Un organismo che entra nella gran categoria… voglio essere sincero.

—Egoista puro e semplice.