—Quanto tempo?
—Dieci anni, venti, fino alla tarda vecchiaia; la più parte delle cateratte, di cui si fa l'operazione, sono cataratte senili.—
Di nuovo il dottore cercò di volgere destramente il discorso, ma fu interrotto, e quando più tardi ritentò, ancora fu interrotto. Finì con andarsene senza aver avuto altro premio della sua docilità, fuor che un sorriso ed una stretta di mano, l'elemosina che ogni bella donna fa al primo venuto.
Ernesta trovò male spesa quella giornata, ed anche pensando alle venture per occuparle meglio, non potè sollevarsi interamente dall'oppressione del brutto esordio.
Al domani, avvezza a levarsi oramai all'alba, fu in piedi prestissimo; aveva un mondo di cose da fare—diceva—quando ebbe dato il miglio e l'acqua fresca ai canarini, e messo in ordine la guardaroba, si guardò intorno, non trovò più faccende. Prima del mezzodì fu costretta a spolverare vecchi fascicoli di musica ed a risvegliare gli echi sonnacchiosi del suo pianoforte rauco. Dopo il mezzodì, si buttò disperatamente sul divano e chiese un'altra porzione di sonno. L'ottenne, ma fece i sognacci, si risvegliò di malumore. Allora ricordò i suoi libri, frugò negli scaffali, squadernò alcuni vecchi romanzi, lesse alcune pagine cogli occhi, senza comprendere, e finì col farsi commentare da Olimpia il programma del desinare. Insomma fece tanto che mentre al mattino meditava il modo più naturale di risparmiarsi la seccaggine della inevitabile visita del dottore, dopo il desinare si sorprese più d'una volta a guardare l'orologio ed a trovare che il dottore tardava più dell'usato. E quando finalmente venne, gli mosse incontro giubilante.
Agenore avea momenti di furberia sopraffina; quel giorno comprese che la bella si annoiava, e credette di aver trovato la tattica vera per arrivare al capriccio di quella donna.
Ernesta, a parer suo, era una di quelle nature battagliere, che, combattute con qualunque arme, resistono, ma abbandonate a sè stesse, lasciate inoperose e passive, si arrendono. La nuova strategia del dottore si compendia in una parola: la noia.
Il terzo, il quarto, il quinto giorno Ernesta si annoiò, con minori spasimi e più metodo, ma non meno profondamente del primo e del secondo. Ed il dottore venne ad ora fissa a levare il suo sassolino che allargava quotidianamente la breccia.
Qualche volta la bella apriva le finestre che mettevano in giardino e passava un'ora in contemplazione, astrattamente, senza diletto, e se le avveniva di fermare l'occhio sull'ippocastano e sulle brevi aiuole e di averne coscienza, usciva invariabilmente in un confronto dispettoso tra il campione della natura riveduta e corretta dall'uomo e tutta la natura semplice e grandiosa, come le si mostrava a Bellagio. Invano le rondini la salutavano nel passare. Invano i passeri la chiamavano a nome dalle grondaie, invano l'usignuolo esauriva il suo repertorio d'ariette; le frondi, il venticello, gl'insetti le parlavano all'orecchio invano.
E passavano i giorni, tristamente monotoni, lunghi, pieni d'angoscia senza nome. Il dottore, a forza di staccar sassolini allargando la breccia, si era fatto un mucchio di rottami dinanzi: la diffidenza, la beffa leggiadra, lo spirito, potenti ostacoli prima, erano diventati nulli. Ernesta si lasciava indovinare la noia nel viso; si lasciava leggere negli occhi il piacere immenso che provava vedendo Agenore, l'unico amico suo. L'altro, lo spirito famigliare, l'aveva abbandonata; più volte essa aveva voluto interrogarlo, trattenersi con lui, ed era invece venuto a porla in croce, con risposte inaudite, lo spiritello buffone di un anonimo, a cui aveva ogni volta imposto in nome degli spiriti superiori d'andarsene pe' fatti suoi.