—Ebbene, di' che hai sbagliato e che non ci sono.—
Olimpia tornò poco dopo a dire che la signorina Virginia la pregava di aspettarla in casa il giorno successivo all'una dopo il mezzodì.
Ernesta non rispose; il giorno, la sera, la notte parve distratta al solito, e il domani all'alba fece fare le sue valigie. Alle dieci e 35, lieta, giubilante del tiro fatto alla cuginetta dalla testa di bambola, ripartiva per Bellagio—e con lei Olimpia, il cuoco ed i canarini.
IX.
In cui si leggono i caratteri dell'amabile cuginetta.
Passò un mese. «L'amico Leonardo non è tornato….» aveva detto il dottor Agenore quindici giorni prima; Ernesta si era accontentata di levare gli occhi e di lasciarsi uscire di bocca sbadatamente: «Ah!»—«L'amico Leonardo non è ancora tornato:» aveva ripetuto il dottore la settimana innanzi; Ernesta non aveva più risposto nulla. Questa volta il medico non fiatava in proposito e la bella non voleva interrogare. Il fatto è che, dopo un mese, ancora Leonardo non era tornato dai bagni.
In questo tempo la strategia del dottore aveva dato gran risultati; oramai la breccia, per cui egli doveva entrare da conquistatore, era molto più che una breccia; ancora un poco, e diveniva un arco di trionfo. La virtù di Ernesta pareva diventata una di quelle virtù in agonia, delle quali si dice: «sarà per domani.» Non era lontano il giorno, in cui doveva spirare fra le braccia del medico. Così almeno diceva a sè stesso il medico.
Questo trionfo gli era costato un tesoro di sapienza e di perseveranza; fortunatamente, per un filosofo materialista la parola apostasia non ha significato, perchè altrimenti Agenore non avrebbe saputo come legittimare la falsa credulità con cui aveva accolto certi fenomeni soprannaturali. Per esempio che gli stornelli possano o no recare le ambasciate degli spiriti superiori, sarà vero o non sarà vero—io non lo so—ma al dottore Agenore doveva parere incredibile. Invece no; ci metteva ancora qualche dubbio, perchè la bella missionaria mettesse più fervore e nel fervore dimenticasse la severità verso alcune arditezze dell'innamorato—ma concedeva questo fenomeno ed altri, ed altri; era disposto a concedere l'impossibile.
Naturalmente egli non sospettava che tiro gli giuocasse, all'alba ed al tramonto, quella birba di stornello incaricato dell'ambasceria; egli non l'udiva nei due crepuscoli ripetere con quanto fiato aveva in gola; «non è lui, non è lui!» parlando appunto di lui, altrimenti…. La bella, che lo stava ad ascoltare estatica delle ore intiere, vi attingeva non so qual forza virtuosa di tirare in lungo, di dire ad ogni volta: «non oggi, non oggi.» E il non oggi doveva essere scritto a grossi caratteri nel sorriso di Ernesta; le occhiate, i silenzi, le strette di mano, dovevano ripeterlo con un accento che gettava brividi di voluttà nelle vene del dottore, perchè costui non guastò mai la strategia con una mossa troppo arrischiata o con un assalto repentino. Era uomo metodico il dottore, se ne vantava; una volta venutagli l'idea dell'arco di trionfo, egli lo trovava non solo più comodo della breccia, ma più in carattere colle proprie dottrine. Aspettava rassegnato, paziente, assiduo. Quel giorno Ernesta fu la prima a chiedere di Leonardo.
—Non è arrivato,—rispose il dottore colla sua voce melliflua;—avrà trovato modo di darsi spasso, si darà spasso. Vorrà fermarsi a Spa tutta la bella stagione; quest'anno doveva esservi un'esposizione di rose, non avrà voluto perdere l'esposizione di rose; erano anche aspettate le dame Viennesi per dare concerti al Casino, non avrà voluto perdere le dame Viennesi; ve n'ha delle belline fra i violini…. Un caro matto il mio amico Leonardo, un caro matto!—