—Nulla,—rispose l'infermo, crollando il capo,—nulla.
Volevo sentire la tua voce, ora sono contento.—
E tacque.
Mal sapeva Ernesta vincere una certa riluttanza, pur vi si provava; guardando la faccia impallidita del cieco, la sua fronte per la prima volta corrugata dal pensiero, le sue labbra ora sorridenti senza fatuità, il suo lungo corpo già dinoccolato e dimesso, vera immagine dell'indolenza, composto ora ad una rigidezza insolita, comprese tutta la solennità della sventura, e disse a sè stessa che la sventura cancella ogni colpa.
Avendo scelto la parte di confortatrice, a lei spettava prima di tutto togliersi alla contemplazione del passato che era una barriera alla carità. Non trovava nulla; non le veniva sulle labbra una frase naturale che, senza averne l'aria, dicesse: «Leonardo, mettiamo l'amicizia dove non fu mai l'amore.»
—Ernesta! ripetè poco dopo il cieco.
—Sono qua…. vicina a te….
—Lo so, mi è parso anche di sentire i tuoi sguardi fissi sopra di me…. e anche ora li sento…. non è vero forse?
—È vero.
—T'annoierai, sono un melanconico compagno; e poi devo star molto male con questa bendaccia sugli occhi.—
Sorrideva.