—Perchè non mi parlavi?—domandò mutando tono di voce.
—Credevo che tu dormissi.
—Non dormivo, pensavo…. sai? non sono più lo spensierato d'una volta…. mi par di esser solo, in un mondo vuoto e nero, in un tempo immobile come l'eternità, e se voglio che il tempo cammini, e se ho da veder qualche cosa intorno a me, bisogna che pensi….—
A questo punto s'udì lo scattar della molla d'un orologio a pendolo; Leonardo ammutolì e stette in ascolto contando lo ore sottovoce.
—Sette!… Non è vero? Proprio sette!… Bisogna aprire la finestra, è l'ora…. il sole se ne è andato, non vi è pericolo che la luce troppo viva mi faccia male.—
E siccome Ernesta indugiava, non sapendo se dargli retta o no, il cieco soggiunse:
—Me l'ha concesso Agenore, che è pieno di scrupoli. È lui che ha voluto le finestre chiuse e la benda nera e fitta…. e tutto ciò per impedire ad un cieco di veder la luce….—
Ernesta si accostò silenziosamente alla finestra e ne aprì le imposte.
—Anche la vetrate….—disse Leonardo.
E quando sentì alitare sul viso la brezzolina della sera, fece atto di levarsi in piedi, ma Ernesta corse a lui e lo trattenne.