—Grazie,—disse il cieco melanconicamente,—anche tu sei paurosa come Agenore; ma sono forte, la finestra è là, e mi sento d'andarvi solo…. sta a vedere.—

Ernesta cercò di dissuaderlo, ma vedendo che non riusciva, prese il braccio destro del marito e se lo pose sull'omero, e reggendolo colla mano manca, lo trasse fino al davanzale non tralasciando di dire:—Bada, un momento solo!—

La finestra metteva come le altre in giardino. Leonardo stette alcuni istanti in silenzio, poi disse:—Sento la brezza, mi par di vederla…. ecco, rasenta il suolo, curva i fiori e gli alberelli a piedi del vecchio ippocastano che risponde a quegli inchini con cortese dignità. Non è così?…

—È proprio così—rispose Ernesta commossa.

—E l'usignuolo e le rondini che fanno?

—L'usignuolo—rispose Ernesta,—si dondola nel fitto d'un salice, le rondini interrompono i voli rapidi per posarsi sopra un ramo e pigliar parte alla generale altalena.

—E all'immenso susurrar delle frondi,—proseguì il cieco,—l'usignuolo e le rondini frammettono volate rotte a mezzo, gorgheggi sommessi e interiezioni di piacere.—

Colle mani appoggiate al davanzale continuò a stare immobile, intento, non perdendo una nota di quel concerto. Ernesta non lo aveva abbandonato interamente a sè, gli teneva ancora una mano appoggiata sul braccio e con lievissima violenza sembrava dirgli:—Basta, basta, ti farai del male!—Ma il cieco non comprendeva, non le badava neppure; tutto immerso in un'estasi melanconica veniva a poco a poco accendendosi, trasfigurandosi in volto. Poco dopo disse con voce sommessa e lenta non cessando d'ascoltare:

—Perchè non ho mai guardato attentamente il mio giardino? ora mi parrebbe di vederlo, lo vedrei ora! Ne ho solo una memoria confusa; veggo l'ippocastano nel mezzo, distinguo il susurro d'un salice qui sotto, e lo vedo…. il resto si smarrisce nel verde…. forse se mi levassi la benda….

—No,—disse Ernesta con voce di preghiera.