—E perchè no? non potrei riacquistare la vista, come l'ho perduta? A volte mi pare che, radunando tutte le mie facoltà in un unico atto visivo, dovrei rompere il velo che mi nasconde la luce….—
Leonardo pronunciò queste ultime parole con un accento strano—un misto di trepidanza e di energia—e non aveva finito di nominare la luce, che già sbarrava gli occhi spenti cercandola, e la benda gli ricadeva sul petto.
—Nulla, nulla, nulla!—ripetè crollando il capo; e senza opporre alcuna resistenza si lasciò guidare da Ernesta, che col cuore oppresso dall'affanno, lo trasse dolcemente a sedere sul seggiolone e gli rimise la nera benda sugli occhi.
Scese la notte. Finchè dalla finestra semiaperta penetrava, insieme colla blanda carezza del venticello, un raggio di luce pallida, Ernesta stette silenziosa, coll'occhio fisso sull'infermo, pieno il cuore di una dolcezza serena e melanconica; quando ogni luce si spense e nel nero vano della finestra scintillarono le stelle lontane, si scosse, fu in piedi d'un balzo e suonò leggermente il campanello. Leonardo, che pareva assopito, non si mosse, solo come Ernesta gli fu presso, egli domandò con voce dolente:
—È notte?
—È notte.
—E siamo all'oscuro?
—Ecco…. portano il lume.—
Il cieco intese i passi del servitore, il cigolìo della porta, il romore del lume posato sul marmo del caminetto…. e continuò ad ascoltare.
—Perchè è rimasto Bortolo?—domandò.