Era il primo momento che Ernesta si sentiva padrona del suo pensiero; finora aveva operato come per obbedire ad un'ispirazione; una voce avevale detto: «Il tuo posto è al capezzale di Leonardo che soffre;» ed essa era corsa a Milano, si era fatta forte per ribellarsi alla tirannia delle amare ricordanze, aveva incominciato il pietoso ufficio. Poi all'austero sentimento del dovere, era succeduta una pietà infinita; aveva pianto, aveva tremato, aveva sentito alla forza della coscienza mescersi una debolezza invincibile. Ed ora, sola, nel profondo silenzio della notte, alla povera luce della lampada che minacciava di spegnersi, pensava, interrogava sè stessa.
Era contenta, quasi lieta; non ostante la malinconia del luogo e dell'ora, non ostante la solitudine in quella stanza buia, in faccia ad un uomo dormente, pallido, infelice… era contenta, quasi lieta. Le si accendevano nel pensiero baleni di luce, le correvano al cuore onde di tenerezza; non più il vuoto senza contorni, l'ansia senza fine, la vita senza legge; aveva ora uno scopo innanzi a sè, un ufficio santo, e, comunque apparisse avvolto di melanconia, un avvenire. L'idea di passare la vita al fianco di un cieco, di alleviargli gli spasimi della noia, d'essere per lui la luce, di essere per lui il mondo, di vivere per chiamargli ogni giorno sulle labbra un sorriso, più non le pareva superiore alle sue forze di donna; il sagrifizio s'inghirlandava, diveniva una festa. Dopo d'aver chiesto invano alla natura qualche cosa che le riempisse il cuore e la mente, sul punto di rivolgersi al mondo, agli uomini, alla colpa, ecco ritrovava in sè stessa il conforto cercato, udiva echeggiare nel cuore la parola a mille voci domandata invano. Era fiera, orgogliosa di sè stessa, d'una fierezza semplice, d'un orgoglio santo.
—Ernesta!—mormorò la voce del cieco.
—Leonardo.
—È l'alba?
—Non ancora.—
Un sospiro lungo, poi di nuovo il silenzio profondo, misurato dai battiti sommessi dell'orologio.
Ernesta chiudeva gli occhi, ma non per dormire; guardava dentro di sè, scandagliava il fondo del suo cuore; era contenta, quasi lieta.
E quando dopo una lunga contemplazione aprì gli occhi e li girò per la camera e non vide intorno a sè altro che tenebra, e giù in fondo, lontano, nel buio che non ha distanze, l'ultima luce azzurrognola del lumicino che si spegneva, fissò lo sguardo in quella povera aureola senza vederla, finchè, più che la mancanza di luce, un impercettibile cigolio annunziò che la fiamma era spenta. Allora il pensiero la riportò a Leonardo. S'immaginò cieca anch'essa, provò a sbarrare gli occhi, a fissarli nel buio, a tentar di raccogliere i contorni degli oggetti che ella conosceva, e invano, e provò a dirsi che quella camera nera era un mondo nero, e che, dannata a vagolare per le tenebre, non doveva più vedere un raggio di sole…. Ahi! povero Leonardo!
—Ernesta—mormorò la voce del cieco.