Ernesta era ingegnosa nel ritrovare mille modi per alleviare la buia solitudine del povero cieco.
—Passeggiamo—gli aveva detto un giorno,—ti appoggerai al mio braccio; ti farà bene un po' di moto.—
Leonardo avea accettato con riconoscenza, avea posto una mano sull'omero della dama gentile ed era andato in giro per le camere.
—Quando cammino,—diceva—se per poco mi distraggo sembrami ad ogni passo di attraversare una distanza enorme; a volte il fermarmi non vale a cancellare questa impressione, il mondo nero continua a passarmi dinanzi; è una specie di passeggiata nel caos.
—E ti spiace?
—No, perchè sono teco,—rispondeva sorridendo,—e tu mi dai coraggio, mi rassicuri che sotto i miei piedi non ci è l'abisso, e che se mi cacciassi a perdermi nel vuoto mi tratterresti.
No, non mi spiace, mi sembra di tornare bambino, quando chiudevo gli occhi sulle ginocchia di mia madre per vedere il vuoto che a poco a poco si popolava d'immagini giranti a turbine, finchè anch'io diventavo un atomo di quel caos e giravo anch'io a turbine.
—Facevo io pure così,—diceva Ernesta con un riso melanconico;—qualche volta lo tento ancora, ma non mi riesce; è un giuoco che va fatto fra le ginocchia della mamma.—
Queste brevi passeggiate chiamavano sempre il sorriso sulle labbra dei due poveretti: era raro che Leonardo non si fermasse d'un tratto per dire un'idea faceta o bambinesca che gli veniva allora.
—Facciamo un giuoco, disse una volta.