—Ho….—soggiunse Agenore,—che è quasi mezzogiorno… e che a quest'ora dovrei essere….

—Il babbo sarà qui a momenti,—osservò Virginia.

—Signorina,—le disse il dottore che le si era avvicinato approfittando dell'attonitaggine di Ernesta—signorina, poc'anzi io…. bisogna che le spieghi…

La pudica Virginia chinò gli occhi a terra.—Parli al babbo…—disse, rialzò il capo e ripetè più forte della prima volta:—il babbo sarà qui a momenti…—

Alle prime parole il dottor Agenore spenzolò le braccia lungo i fianchi e rimase senza fiato; alle ultime si scosse, strinse la mano dell'amico Leonardo, salutò le due signore e prese la fuga.

XIV.

Primi bagliori nel buio.

Passarono i giorni, simili nel muto dolore ma non monotoni nè angosciosi, come Ernesta aveva immaginato.

Sotto l'infinita melanconia di quella casa abitata dalla sventura s'indovinava ora una inalterabile serenità, un'armonia sommessa, una specie di gioia nascosta e mille soavi sentimenti senza nome. I due cuori, aperti per lo innanzi alle iruzze terrene, si erano chiusi a tutto ciò che non venisse dall'alto. Nelle anime prima esacerbate dal puntiglio, dalle stizze, era entrata una forza nuova che comandava la pace; alle aspre guerricciuole combattute a punta di spillo succedeva il santo rito d'una pietosa, benedetto dalla gratitudine d'un infelice. Si sentiva nel silenzio, si respirava nell'aria l'armonia che corregge i guasti della sventura, la gran dolcezza che si mesce agli sconforti più amari, la solenne parola che pare scendere dal cielo, quando mute sono le voci terrene: «coraggio,» e l'altra che prorompe dal cuore e trova la via fra le lagrime, quando tutt'intorno è il silenzio disperato: «siamo infelici, amiamoci!»

Il dolore fa grandi, dà alle creature umane qualche cosa della divinità.