—Non sarà lei l'operatore?—domandò Ernesta.

La signorina Rinucci stava evidentemente per fare la stessa domanda, perchè aprì la bocca e la richiuse guardando prima Ernesta e poi il dottore.

—Signore no,—rispose Agenore modestamente;—non sono da tanto; le operazioni di questa fatta richiedono uno specialista; io sarò l'assistente.

—Grazie,—disse Leonardo;—e quando vedrai il dottor Q…?

—Domani.—

Stettero tutti in silenzio immaginando che Leonardo parlasse ancora; ma egli non disse più nulla. La conversazione cadde di peso. Poco dopo il dottore era tornato al suo primo pensiero e guardava ogni tanto alla sfuggita la signorina Rinucci, la quale ad ogni volta chinava gli occhi pudicissimamente. Solo Ernesta non sorrideva più; si era fatta seria in viso e contemplava la faccia melanconica del cieco.

—Ah!—esclamò il dottore ad un tratto.

—Che cos'ha?—chiese Ernesta.

—Ho… ho…

Aveva un'idea luminosa, il modo di rattoppare la sbadataggine. Tutto oramai si riduceva a questo: far sapere all'amabile cuginetta che l'amplesso rudimentale, di cui ella era stata vittima, portava un altro indirizzo, che apparteneva come provento d'ufficio alla cameriera, ad Olimpia, e che era un innocente amplesso reo di questa unica colpa, di essere stato dato in salotto e non in anticamera.