Rimasto solo, il povero cieco riaprì l'albo che ancora aveva fra le mani, fe' passare ad uno ad uno parecchi fogli contandoli; leggiero come una carezza, passò l'indice sopra una pagina; poi accostò insieme il volume e la bocca, e le labbra mormoranti una parola sommessa tenne a lungo fisse sopra le sembianze d'una giovinetta nè troppo piccina nè troppo bruna, ma con un naso fatto così e così….

XVI.

Risultato ultimo d'una discussione filosofica.

Da molti giorni Ernesta non era uscita di casa.

—Ti ammalerai—aveva detto il cieco,—perderai il roseo delle guancie, ed io non potrò nemmeno accorgermene per dirti: «cattivella, vedi!»

Quel pomeriggio l'infermiera si arrese, accettò di scendere in giardino a fare una passeggiata, a patto che il dottor Agenore rimanesse a tener allegro l'ammalato.

Dalla finestra dischiusa si scorgeva la bella donna che passava nei viali, salutata dai passeri e preceduta di albero in albero dall'usignuolo, ed Ernesta anch'essa poteva vedere i volti ravvicinati del marito e del dottore.

Un pezzo i due amici stettero senza parlare; Leonardo pensava, e lo stesso Agenore, seguendo cogli occhi la bella, si distraeva imperdonabilmente, considerate le funzioni ciarliere che egli aveva accettate.

—Dove è ora Ernesta?—domandò il cieco.

—Fa il giro dell'ippocastano… si mette in un viale… si allontana…