— Tutto quello che io ti dico è la verità; Su Mazzone non ha ingannato mai nessuno, salvo le spie della giustizia, quando non se l’è levate dai piedi in altro modo. Dunque, caro mio, ho imparato a leggere; se ti dicessi che io conosco tutte le scritture, mi vanterei; no, non conosco tutte le scritture, ma conosco il carattere a stampa, e la scrittura di tuo fratello... È per questo che ho imparato; e imparo ancora, come vedi.

Prese sulla tavola il libriccino lacero, e lo mostrò a Silvio.

Era un sillabario spiegazzato; sulla prima pagina si vedeva scritto malamente: Angela Boni.

— Questo, proseguì il bandito, è stato il primo libro di tua nipote; essa aveva sei anni, e lo sapeva già leggere tutto; sapeva anche scrivere; qui ha scritto lei. Vuoi che ti dica come l’ho avuto? Per mezzo d’un servo tuo l’ho avuto, a Castelsardo, e mi è costato una fiaschetta di polvere. Ci è a Tempio una povera ragazza, a cui la giustizia ha ucciso il padre, che era bandito come me; essa fa la maestra di scuola; sono andato a trovarla un giorno, e le ho detto così: «babbo tuo era un uomo di cuore, è morto libero; io l’ho conosciuto e gli ho voluto bene; per l’amore che gli ho portato, mi devi insegnare a conoscere tutto quello che sta scritto in questo libro.» E mi ha insegnato, poveretta; ogni tanto io andava in casa sua, oppure essa veniva sulla montagna con me, perchè non le facevo paura; e quando mi giungeva qualche lettera di Giorgio, era essa che la leggeva, finchè non ho saputo leggere io stesso.

Maria Antonia era bella come un cuore, e non voleva prendere marito; i Tempiesi la rispettavano, aveva molti giovinotti intorno, e di buone case, — uno dei passati giorni è venuta sulla montagna, e mi ha detto: «tu sei il mio secondo padre, conducimi con te; io non posso più tornare a Tempio.» — Che hai fatto, disgraziata? — «Non so, un giovine mi ha voluto baciare, e io l’ho colpito; ho visto il suo sangue; conducimi via, babbo mio, se no m’arrestano, e diranno che doveva finire così perchè sono la figlia di un bandito.»

L’ho condotta nello stazzo, ed essa è felice; guarda le pecore, legge e scrive, ed io ho imparato in una settimana più che in tutto il tempo passato. Ma non posso stare molto nel medesimo luogo; la sorte mia è di andare vagando, perchè i cavalleggieri capitano ogni tanto a visitare gli stazzi dei pastori.

— È Maria Antonia...? chiese Silvio.

— Sì, è Maria Antonia che cura tuo fratello, che gli legge dei libri per farlo dormire... Ma non perdiamo il filo — dicevamo.. che cosa dicevamo? che tuo fratello mi scriveva qualche volta delle lettere lunghe. Mi diceva tutto quello che gli passava per la testa, mi domandava notizie vostro, ed io quando non ne avevo, ne inventava per consolarlo; mi toccava anche rimproverarlo perchè si accusava della mia sorte, diceva che solo per colpa sua io era bandito, e mi ha perfino minacciato di venirsi a consegnare alla giustizia per liberarmi. Ma si è persuaso che sarebbe stato inutile, perchè dopo l’affare di Castelsardo, di cui siamo innocenti come l’acqua del monte Limbara, tuo fratello ed io, come è vero che il Signore ci guarda; dopo quell’affare ho avuto la disgrazia di storpiare un brigadiere, e di uccidere una spia. Ti assicuro che volevo far il contrario, storpiare la spia perchè rimanesse al mondo come una lezione, e uccidere il brigadiere che lo preferiva, ne sono sicuro, perchè era un giovinotto di cuore. Ho perduto il filo.... Che cosa stavo dicendo?

— Dicevi che Giorgio...

— Dicevo che tuo fratello voleva venire a consegnarsi alla giustizia. «La verità, mi scriveva, si farà strada... e i giudici sono uomini.»