— Anche la piccina non sa nulla.
Il bandito titubava ancora; l’idea di sedere ad una mensa colla tovaglia, di trovarsi a cena in una sala piena di luce, in faccia ad una bella signora, di poter dimenticare nella ciancia e nel bicchiere la propria miseria, quest’idea lo tentava. Silvio gli lesse nell’anima, e cacciandogli una mano sotto il braccio, gli disse risolutamente: — Ora è detta; tu rimani.
— Non è detta ancora, protestò Su Mazzone facendosi rosso in viso.
— Ebbene, di’ su, presto; tu rimani.
— Com’è vero Dio, sì! Rimango! ma lascia almeno che pigli il mio bagaglio... Non si sa mai...
Prese la pistola e il sillabario che aveva deposto sul tavolino, intascò ogni cosa, e seguì il suo ospite.
Nell’attraversare il corridoio che menava alla sala da pranzo, dalla cui porta vetrata usciva una luce allegra, quell’uomo temuto metteva il passo come un fanciullone impacciato. Ma si ricompose subito; appena entrato nella sala piena di luce, si arrestò sulla soglia sberrettandosi, e disse con dignità: salute a tutti e allegrie molte. Cosimo gli venne incontro, e il bandito gli porse la mano.
— Cena con noi, annunziò Silvio. — Bisogna aggiungere un piatto, disse alla servetta che, invece di avvicinare le seggiole, veniva studiando la propria parte sulla faccia dei nuovi arrivati.
Intanto che Annetta eseguiva, Su Mazzone andò a porgere la mano a Beatrice, la quale, oramai iniziata a questo rito isolano, fu pronta a pigliarla.
— Benvenuto!