Vedendosi baciar la sposa dinanzi a tanta gente, spinse il cavallo addosso al suo rivale; ma tutta quella gente gli si mise intorno, ed egli non potè far altro se non dire forte al nemico che se non era il più vile degli uomini, se non voleva che lo schiaffeggiasse nel caffè o sulla strada o in chiesa, la prima volta che lo incontrasse, doveva aspettarlo lì un’oretta, per ammazzarsi lealmente alla presenza dei testimoni. L’altro disse di sì, che lo avrebbe aspettato; la sposa era pallida come una morta, e per non cadere da cavallo si appoggiava al braccio del pastore.
Proseguirono la strada; la sposa tremava e piangeva; il marito cercava di consolarla e di farle coraggio; andarono prima a casa, poi il pastore e lo sposo tornarono alla campagna, ma non vi era più nessuno.
Mentre stanno lì a guardare di qua e di là, sentono alle spalle lo sparo d’una schioppettata e una palla fischia all’orecchio dello sposo. Si voltano e vedono in un oliveto molte persone a piedi che fuggono; ma ce n’era ancora una dietro un grosso albero di ulivo, e questa non aveva avuto tempo di fuggire — era lui, l’uomo che aveva baciato la sposa.
Accorgendosi che l’avevano veduto, non osava andarsene per paura di pigliarsi una schioppettata; stettero così un bel poco, i due uomini sulla strada, a cavallo, l’altro dietro l’albero, di là dal muro dell’oliveto, ma senza potersi muovere.
Poi lo sposo disse al compagno, in modo da farsi udire: — Tu rimani qui, perchè non fugga, io vado a stanare quel coniglio... — Sentendosi dare del coniglio, l’uomo nascosto si mostrò, e senza dire nulla spianò il fucile, ma gli altri due furono più pronti, spararono prima di lui e lo fecero cadere a terra morto. Lasciarono il cadavere nell’oliveto; tornarono prima a casa, poi alla macchia, e divennero banditi. La giustizia cercò di pigliarli, ma non vi riuscì; allora fece il processo e li condannò tutti o due a morte; il pastore se n’andò sui monti, il marito della bella signora una notte si buttò in mare, dopo aver accesa una fiammata sopra uno scoglio; una barca di contrabbandieri gli venne incontro e lo portò lontano lontano, dove il poveretto soffrì molto.
Questa storiella me l’ha contata babbo Efisio, che è un pastore melanconico, che deve aver sofferto molto, e mi sembra ancora un po’ malato; io l’ho tenuta in mente per poterla scrivere, e la scrivo per non dimenticarmela mai più. La storia dell’uomo che fu condannato a morte per aver difeso la propria vita potrebbe essere quella di mio padre. Babbo Efisio mi ha detto di non sapere il nome del bandito, ma forse perchè io glie lo dimandai in faccia agli altri; egli pure deve sapere che tutti hanno giurato di non parlarmi mai di mio padre. Babbo Efisio verrà presto a Sassari, me l’ha promesso; ed io lo interrogherò in segreto; se è vero che mi vuol bene, non ricuserà di dirmi tutto quello che sa. Perchè mai babbo Efisio mi vuol bene, se mi ha visto ieri per la prima volta? perchè anche lui aveva una figlia della mia età, che si chiamava Angela come me, e poi ha conosciuto la mia mamma, ha conosciuto la mia nonna. Possibile che non abbia anche conosciuto mio padre?
La Gallura è un luogo montagnoso; Tempio è una città tutta di granito, ha una bella fontana, e le ragazze e le donne portano in testa la brocca piena senza tenerla colle mani; l’acqua di Tempio è buona; i letti di Tempio sono troppo alti. Ho attraversato una cussorgia, ho visitato uno stazzo; ho visto tirare al bersaglio e non ho avuto paura, i pastori hanno improvvisato delle poesie, io ho dato e ricevuto molti baci. Mi pare di non aver dimenticato nulla.
Ah! zio Silvio è di malumore; per tutta la strada, dallo stazzo a Tempio, mi ha portata in groppa, ma non gli ho potuto cavare una parola.
Poco fa ho sentito lo zio Cosimo che diceva a Bice: — Te ne sei accorta? Hai indovinato il suo male? — Parlavano sicuramente dello zio Silvio. Pare che anche Bice abbia indovinato il male di zio Silvio. Io, già, non posso sapere mai nulla.