La notte medesima del ritorno a Sassari, Silvio aveva visto suo fratello, e trovandolo risoluto a sfidare ogni cosa meglio che vivere lontano da sua figlia, gli aveva aperto la casa di Speranza Nostra, dove, colla prudenza, Efisio Pacis avrebbe potuto forse vivere senza destar sospetti.

A Giovanni ed a Pantaleo il nuovo ospite del podere era stato presentato come un parente di Silvio, che aveva sempre vissuto in campagna, fra i pastori, e che veniva appunto dalla Gallura coll’intenzione di dirigere la manipolazione del cacio e del burro. Angela aveva trovato la cosa naturalissima; essa non si era fatta un’idea chiara della gita allo stazzo, e la venuta d’un pastore nel podere dava almeno uno scopo a quel viaggio.

Ora capiva: prima Efisio Pacis non si sapeva risolvere ad abbandonare lo stazzo, perchè non si sentiva molto bene, ed aveva male al cuore; poi sentendosi meglio, aveva mutato parere, e senza perdere tempo, era venuto.

Così pochi giorni dopo il falso Efisio aveva il governo di Speranza Nostra. Egli fin dal primo giorno si era tenuto in disparte il più possibile per non gettare ombra sul cuoco Giovanni, il quale aveva preso sul serio le parole del professore e si preparava ad esercitare sugli uomini e sulle cose del padrone una dolce tirannia; ma Giorgio era subito entrato nelle sue grazie, non abusando della confidenza che Silvio gli dimostrava, nè dei vincoli di parentela che lo univano ai proprietari legittimi di Speranza Nostra.

Aveva la parola misurata e l’accento grave, il nuovo ospite, ma quando sorrideva si lasciava leggere in faccia un’anima generosa e forte. Ne aveva fatta l’osservazione Giovanni.

— Vedi — egli aveva detto a Pantaleo la sera stessa dell’arrivo del parente — non devi già metterti in capo che qui si abbia ad esser noi soli padroni e signori, qui verrà molta gente e ciascuno di noi dovrà stare al suo posto; il tuo posto è sul biroccino e sul carro; il mio è in casa e in campagna a invigilare i lavori e a darvi una mano; questo Efisio che è arrivato ora pare forte nel burro e nel cacio, ed io lo rispetto; è un po’ melanconico, ma ha un bel sorriso, hai notato? guarda, egli fa così quando sorride; a me non riesce proprio bene, perchè non ho la barba come lui, e poi sono più grasso: rispettiamoci tutti e tre; se domani ne verrà un altro, domani dirò: rispettiamoci tutti e quattro. La casa è grande abbastanza e la campagna è grande fin troppo.

Pantaleo, che non aveva dubitato un momento della bontà di questo metodo, anche senza afferrare bene il significato delle raccomandazioni del suo collega, gli diede un sacco di ragioni, e le cose si avviarono benone.

Già erano cominciati i lavori che il professore stesso veniva a dirigere ogni giorno; la mattina, un’ora dopo il levar del sole, arrivava da Sassari un drappello di zappatori colla zappetta sull’omero e la pipa di terra in bocca; appena arrivati, supponendo d’essere stanchi della camminata che avrebbe potuto essere più lunga, si buttavano sopra le panche di sasso a riposarsi, facendo una seconda pipata, oppure addentando una pagnotta bianca sfornata da poco e ancora tiepida. Giovanni passeggiava su e giù in mezzo a quei singolari contadini, non sapendo decidere se dovesse ammirarli in silenzio o colmarli d’invettive a voce alta; solamente se il falso Efisio, pigliando qualche volta animo, veniva a mettersi in mezzo a tutta quella gente riunita e domandava al cuoco che cosa facesse, Giovanni rispondeva con un risolino: Sorveglio i lavori. Gli zappatori intendevano subito la celia e ridevano, finchè uno dei più scrupolosi si alzava a guardare il sole, e trovandolo abbastanza alto, diceva schiettamente ai compagni: «Andiamo, poltroni!»

I primi lavori che Silvio ordinò furono certi scavi nel letto del ruscello, in fondo alla valle, perchè l’acqua non facesse pozzanghere e scorresse libera nel suo pendìo naturale; erano lavori difficili, nei quali non tutti gli zappatori facevano buona prova, ma solamente quelli che non avevano timore di cacciarsi, al bisogno, nell’acqua fino alle ginocchia e di adoperare qualche volta la odiata vanga, invece della zappa. Quando le acque del ruscelletto si furono confuse in un solo bacino, bisognò regolare il letto, dargli un’arginatura e impedire che le pioggie autunnali lo colmassero un’altra volta facendovi rotolare il terriccio. I lavori si portarono ai due versanti, e consisterono nell’aumentare le piantagioni diradate del bosco e quelle del vigneto quasi calvo, aggiungendovi qualche centinaio di vitigni delle migliori qualità isolane, quanti ce ne potevano stare, poi nello scavare dei solchi paralleli, dall’alto al basso, adattandovi delle tegole per farne una specie di canale. In ultimo Silvio ordinò la ricerca delle sorgenti, che erano molte in Speranza Nostra, dove ogni rupe stillava acqua da bere. Siccome quel lavoro richiedeva l’opera dei muratori, Silvio andò una sera alla porta Macello, ed ebbe subito la fortuna di trovare una mezza dozzina di muratori senza lavoro, che il giorno dopo arrivarono coi picconi e colle cazzuole. Silvio era stato prudente ed aveva fatto trovare sull’atrio un mucchio di calce ed uno di sabbia, e parecchi secchioni, così non si perdette tempo; i muratori attaccarono la rupe in più luoghi, costrinsero le acque, turando alcune fessure per cui trapelavano, a pigliare un’uscita sola, e le avviarono poi, lungo i canaletti, al ruscello.

Tutti questi lavori ed altri che si venivano dimostrando necessari man mano, occuparono molte giornate, durante le quali Silvio era in campagna giorno e notte, e suo fratello tornava a poco a poco alla salute.