Cosimo dal canto suo non rimaneva inerte; egli s’era preso anzi la parte più difficile; aveva pensato a fornire le macchine necessarie alle varie fabbricazioni, i torchi di nuovo modello, tutti di ferro, in luogo dell’unico torchio di legno, mezzo sconquassato, che si vedeva nella casa di Speranza Nostra, un torchio vecchio quanto le più vecchie piante dell’oliveto, le quali, per risparmiargli la fatica, da molti anni non davano più frutto. Ci erano volute pure macine nuove, attrezzi e forme per il burro e per il cacio; ed era bisognato pensare anche all’adattamento dell’edifizio. Tutto ciò teneva il conte Cosimo in faccende dalla mattina alla sera; egli era spesso sulla spianata dinanzi alla casa, col capomastro e coi muratori, quando Silvio era nel bosco per regolare il taglio o disporre le nuove piantagioni; Pantaleo era sempre in moto, colla carretta o col carrettone, a trasportare pezzi di macchine, attrezzi e macine che si venivano accumulando in uno stanzone a terreno; il cuoco Giovanni, ancora non interamente rapito dal suo destino alle esalazioni delle casseruole, era un po’ da per tutto, sorvegliando i lavori; ma due volte il giorno, a certe ore determinate, si trovava sempre dinanzi ai fornelli rovinati della cucina a preparare alla meglio la colazione e il desinare, per Silvio, per il parente e per sè stesso, e quando veniva Beatrice ed Angela, il che seguiva di frequente, coll’accompagnatura di Annetta, del vecchio Ambrogio e di Cecchino, l’antico cuoco riappariva sfolgorante ma nervoso, per causa dei fornelli che nessuno pensava ad accomodare, dopo tante promesse.
Finchè era durato il lavoro affannoso, Silvio era stato benone; quell’inquilino bisbetico, a cui egli aveva concesso alloggio nel proprio cuore, non gli dava noia; tutt’altro. Fin dal primo giorno nel cortile dello stazzo, passato appena il nuovo sgomento, il professore aveva capito che il mal d’amore può essere un bene, e che egli potrebbe vivere in pace colla propria coscienza portando l’immagine di Beatrice dentro il cuore come in un altare, ed adorandola ogni tanto in segreto. Quasi quasi era tentato di dire che non era Beatrice quella che egli amava, ma l’amore soltanto — paradosso, profanazione, ma insomma, a voler esser sinceri, quasi quasi era così. Ed era meglio.
I lavori di Speranza Nostra avevano afferrato Silvio appena tornato a Sassari, per non lasciargli più requie; il secondo giorno, invece di tornare alla casetta del Mulino a vento a desinare, gli parve più spiccio e più comodo ricorrere alla cucina di Giovanni, e accettare il letto che gli poteva offrire Speranza Nostra. E quel giorno, rinunziando a vedere Beatrice, immaginò d’essere forte, e si compiacque di avere tanta padronanza sul proprio cuore. La mattina successiva, al momento di ripigliare la direzione dei lavori, sentì, è vero, che gli battevano i polsi, come per febbre, e che l’immagine di Beatrice lo precedeva d’un passo dovunque andasse; e durante il giorno confessò più volte a sè stesso che quella giornata non finiva più; ma quando fu l’ora di lasciare il podere per tornare alla casetta, andò fino allo stradone e tornò indietro a capo basso. E il suo amor proprio fu ingegnoso nel fargli credere che anche questa volta, passando la notte in campagna, egli non faceva se non dimostrare la propria forza. In seguito, presa la precauzione di giustificarsi col pretesto di una grande stanchezza, Silvio non solo non tornò al Mulino a vento, per passarvi la notte, ma se Beatrice veniva al podere e chiedeva di lui, o gli andava incontro addirittura cercandolo nel vigneto o nel bosco, egli, come la vedeva da lontano, si sentiva martellare il petto, e qualche volta si nascondeva nel bosco e nel vigneto, meglio d’un ladroncello. Quando questo gli fu accaduto un paio di volte, non ebbe più l’ipocrisia di dire a sè stesso che, rimanendo in campagna, dava una prova di saldezza — e per riguadagnare quella forza che gli pareva di venir perdendo col sottrarsi alla lotta, decise di accettare la battaglia.
Una mattina, mettendosi dinanzi a uno specchietto appeso alla finestra, tanto per parlare a qualcuno, disse forte: «stasera dopo i lavori, tornerò a casa, è meglio vederla.» E lo specchietto gli rispose: «hai la barba lunga, non faresti male a raderti.»
Egli non aveva rasoio; ma a Pantaleo ne erano rimasti due, inglesi e sopraffini, diventati inutili dacchè la faccia dell’antico cocchiere si veniva rimboscando a vista d’occhio. Silvio, poichè fu sbarbato, scese per distribuire i lavori; e accadde che, dati alcuni ordini, affidato il compito della vigilanza a suo fratello ed a Giovanni, non gli rimaneva proprio nulla d’urgente a fare, e nessuna voglia di fare cose che non urgessero.
— Vado a casa, disse baldanzosamente a Giorgio, se posso indurre Angela a venire, te la conduco.
Per via, Silvio si rappresentò in più modi la scenetta che doveva seguire; s’immaginò di piombare a casa e di trovare Beatrice, Cosimo ed Angela, riuniti nella sala da pranzo, la casa echeggiante di allegre rampogne e di proteste e di risate; oppure d’essere veduto dalla finestra e che gli venissero incontro per un tratto di via; ovvero ancora di non trovar nessuno in casa e di piantarsi in salotto, nel seggiolone a dondolo, per fare un’improvvisata agli amici quando tornassero. Egli era preparato in tutti i modi; aveva le scuse pronte, la celia in serbo, la risata sulle labbra.
A poca distanza dalla casetta del Mulino a vento, rallentò il passo per istinto e sulla soglia il cuore gli batteva forte; attraversò il corridoio senza dar tempo ad Annetta di improvvisare una bellissima scena di meraviglia, e corse alla sala da pranzo.
Beatrice era sola.