— Ora ride troppo. Sissignore! Cosimo afferma che alla sua età bisogna prender moglie; non dico già che sia vecchio; ma un buon marito non è necessario che sia vecchio... non rida così, mi fa quasi dispetto.
Allora Silvio si fece grave, per domandare alla contessa Beatrice un po’ di tempo a riflettere.
Da quel momento il professore non potè aspettare con pazienza il ritorno di Cosimo, guardò l’orologio quattro volte in dieci minuti, e finalmente se n’andò, accompagnato fino all’uscio dalla sua bella amica. Tornò a Speranza Nostra di buon passo, come se fosse aspettato, e venne diritto alle palme, dove Beatrice gli aveva detto d’essere stata un pezzo a fargli la posta. Ed era come se essa non fosse ancora andata via. Il professore sedette sulla panca; aveva bisogno di decidere se l’amica sua fosse un angelo, o semplicemente un po’ stupida, come tutte le donne innamorate del marito.
A chi gli andava ripetendo da un poco che era inutile, che bisognava strapparsi dal petto la cara immagine, tanto tanto essa non lo amerebbe mai, egli ancora non rispondeva.
Aveva abbassato la testa sul petto e guardava l’orizzonte di sotto in su, ma si rizzò di scatto e rispose:
— Ora la posso amare, perchè essa non mi amerà mai.
La contessa cavò di tasca quella busta vuota, che le aveva martellato il capo tutta la mattina, e se la pose dinanzi agli occhi con un atto dispettoso.
Era diretta a suo marito, e portava il bollo di Milano; non era affrancata; il recapito, scritto con grossi caratteri, svelava una penna malsicura, che era passata due volto sopra alcune lettere; il Mi di Milano era separato troppo più del necessario dal rimanente della parola.
Non ci era altro da osservare in quella busta, se non che appariva spiegazzata da un atto di malumore del destinatario, il quale, prima di leggerne il contenuto, sembrava averlo indovinato.