Passava il tempo, e Beatrice, che aveva intrapreso l’opera difficile di conquistare suo marito, di rapirlo agli amici ed al circolo, era già molto innanzi ed avanzava sempre. Una cosa sola non le riusciva, ed era di ottenere la confidenza. Perchè suo marito si trovasse bene con lei, e non si annoiasse troppo in casa, essa metteva a profitto tutte le lezioni della savia contessa Veronica: rideva per ogni nonnulla, rideva molto, rideva quasi troppo; ma era necessario, perchè agli uomini in genere, diceva sua suocera, piace vedersi intorno delle faccie allegre; e gli uomini gravi ne hanno più piacere degli altri. Invece di mettere da parte il pianoforte, come uno strumento che avesse dato tutto quello che poteva dare ad una ragazza, aiutandola a trovar marito, essa leggeva e rileggeva musica nuova e musica vecchia. Aveva poi una malizia istintiva, la contessa Beatrice; non aspettava l’ora delle visite a farsi bella, ma si faceva bella ogni mattina, appena levata; si pettinava con semplicità, mettendo sempre qualche fiore in testa; si era fatta fare una veste da camera azzurra, una veste da camera color di rosa, un’altra bianca, un’altra bigia, un arcobaleno di vesti da camera; di notte, al buio, prima di addormentarsi, raccomandava a due diavolini di carta i capelli che le crescevano sulla nuca; insomma faceva tutti i giorni come se Cosimo la dovesse sposare il domani e ci fosse pericolo d’un pentimento nella notte. Le qualità serie del suo ingegno e del suo cuore le lasciava saviamente nell’ombra, per non cadere in colpa di pedanteria o di ostentazione. Con questo metodo che veniva correggendo e migliorando ogni giorno sotto gli occhi della contessa Veronica, Beatrice riuscì a poter dire a sè stessa, come le dicevano sua suocera e suo marito: «rallegrati, tu sei la più adorata delle spose, la più amata delle nuore.» Ebbene, l’indiscreta non ne aveva abbastanza; era arrivata al cuore di suo marito, voleva arrivare anche alla testa; voleva esser chiamata ad assistere al lavorio segreto delle sue idee, voleva aiutarlo a pensare, tanto più che non aveva tardato ad accorgersi che il suo Cosimo faceva qualche fatica ingrata col cervello. Perchè egli imparasse una buona volta ad avere confidenza in lei, aveva provato a star seria, ma Cosimo l’aveva minacciata di chiamare il medico; aveva provato a dirgli in faccia: — Tu hai qualche cosa; che cos’hai? dimmelo; — ma egli si era messo a ridere. Intanto veniva studiando suo marito, e poteva veramente dire, e glielo diceva qualche volta, di saperlo a memoria. — Tu sei un poco timido, gli diceva; una parola inaspettata ti conturba; ma la tua timidezza non è quella dei deboli, è quella dei buoni. — Davvero? — Sissignore; tu sei buono, tu sei generoso; quando hai paura di offendere la gente senza volere, balbetti, e perchè non ti piace balbettare, hai preso l’abitudine di tacere. — Ci è altro? — Ci è di peggio; tu, per istinto saresti aperto, ingenuo, perfino un poco ciarliero; ma ti sei accorto che quando caschi a mostrarti come sei, non ci guadagni nulla; e tu fai l’uomo abbottonato e taciturno. — Dunque io sono finto? — Siamo tutti finti, tu ti sei buttato addosso il gran manto della dignità, con cui nascondi le tue virtù e le tue debolezze, ma rallegrati (già, l’hai anche tu la tua vanità, sebbene ti piaccia sembrare insensibile alla lode), rallegrati, nessuno ha mai portato questo manto meglio di te.

Cosimo allora buttava il manto un momentino per ridere meglio, e Beatrice rideva più forte di lui, per non abusare della vittoria. Ma le confidenze non venivano, e una parte di suo marito continuava a rimanere nel buio.

Dopo la prima lettera di Cesira, ne giunsero probabilmente altre che Cosimo non ebbe la forza di respingere come aveva promesso; e la cosa durò a questo modo fino all’ultimo anno, quando la rovina della casa Rodriguez era imminente. Allora, ossia che il conte Cosimo credesse di aver dato abbastanza, ossia che venisse crescendo l’indiscrezione di Cesira, non diede più un soldo. Erano i giorni neri, nei quali la paralisi inchiodava in letto la contessa Veronica, e Cosimo ricorreva alla borsa divoratrice di Cilecca, quando giunse alla povera moglie una lettera anonima nella quale le si faceva sapere che «in una stanzetta della via del Vivaio, abitava una ragazza, madre d’una bambina di sette anni, la quale forse aveva del sangue de’ Rodriguez nelle vene. La bambina si chiamava Nenna, e faceva la rana nel Circo; la madre era zoppa e non poteva più lavorare.» Una infamia.

— Ah! la cattiva donna! esclamò Beatrice.

Non disse altro; fece in un momento tre propositi diversi — venire dinanzi a suo marito, e dirgli semplicemente, come nei drammi: «leggi;» oppure andare in persona in via del Vivaio, come nei romanzi; o infine non degnare di risposta il mostruoso ricatto. Poi pianse lungamente, perchè si sentiva ferita nella propria dignità di donna e di moglie, da quell’infamia di una madre. Al suo Cosimo non faceva colpa; la notte, durante l’affannosa veglia al capezzale dell’inferma, essa finse di chiudere gli occhi al sonno per veder lui non vista, e non gli lesse in faccia altro che il dolore e il sacrifizio. Già aveva compreso la lotta crudele che egli veniva facendo per celare a sua madre morente, ed a lei stessa forse, la rovina della famiglia; si sentiva umiliata di non essere chiamata ancora a pigliar la sua parte di quel gran dolore, ma ammirava l’uomo che voleva soffrir solo, e diceva: ora non è la sua dignità che gli consiglia di tacere, è il suo cuore.

E in presenza di quell’angoscia muta essa gustava una compiacenza di bimba consapevole che bisognerebbe pur concederle il pericoloso trastullo del dolore. Pensava: Finalmente non potrà più tacere, dovrà pur dirmi di soffrire insieme! No! essa non doveva accrescere lo spasimo delle sue ferite; poichè quella donna si era rivolta a lei, a lei sola toccava difendere la pace di suo marito. Le bisognava un alleato, e fu Silvio.

Il professore, dopo aver giurato il segreto nello mani della bella amica, andò in via del Vivaio, vide Cesira, la zoppa, non vide Nenna, perchè a quell’ora lavorava in una baracca di legno, in piazza Castello, e non istentò ad ottenere dall’antica funambola la promessa che avrebbe lasciato in pace il conte Cosimo, in cambio d’un piccolo sussidio mensile.

Era sembrato alla povera Bice di difendere così la pace di suo marito, già combattuta da tanti affanni.

Poi era morta la contessa Veronica, avevano lasciato Milano, erano venuti a Sassari; ogni mese Beatrice aveva mandato una piccola somma ad un’amica di Milano, perchè la facesse pervenire per posta alla funambola, in via del Vivaio.

Ed ecco, la perfida donna, non contenta ancora, aveva scoperto il luogo in cui il conte Cosimo si era riparato dalla rovina della sua casa, e gli scriveva violando la promessa fatta alla moglie ingenua, forse non immaginando che colei che aveva la bonarietà di soccorrere l’antica ganza di suo marito, potesse riconoscere la scrittura.