Continuando il misterioso silenzio, la fanciulla venne un’altra volta al davanzale, e vide nell’immensa cornice nera della campagna un gran quadro luminoso, il riflesso della vicina finestra, e in quel quadro l’ombra di una mano che si moveva rapidamente — ogni tanto spariva la mano, e si affacciava un profilo enorme. Poi la luce scomparve, i passi di Silvio e di babbo Efisio si avvicinarono fino all’uscio della cameretta di Angela, e dopo un silenzio breve, un bisbiglio attraversò l’uscio.
Alla fanciulla sembrò che quel bisbiglio dicesse: «Angela!»
Si avvicinò alla porta; tese l’orecchio, ansiosa — e udì una respirazione ansimante, poi un silenzio lungo, poi un rumore di passi che attraversavano un’altra volta il corridoio. Il lume, passando dinanzi alla porta aperta della camera di Silvio, gettò sulla nera campagna uno sprazzo di luce.
Angela, turbata, venne ancora a piantarsi in osservazione dinanzi alla finestra.
Due uomini uscirono in silenzio dalla casa, un altro parve sorgere dal suolo fra gli ulivi.
I tre si avvicinarono.
— Sei pronto? disse uno; ti senti forte? lascia che ti veda.
E così dicendo, voltava il più alto degli altri due verso la luce della candela rimasta sul pianerottolo.
Angela mandò un gemito.