— Vengo; rispose Giorgio, con voce fioca ma deliberata.
Egli risalì le scale, Su Mazzone si andò a sdraiare sotto un ulivo. L’usignuolo continuava a dire strane cose piene di rassegnazione e di melanconia.
Giorgio, passando innanzi all’uscio della cameretta di sua figlia, camminò in punta di piedi per non risvegliarla, ed andò a picchiare all’uscio vicino.
Angela non dormiva. Essa, che per la prima volta passava una notte in campagna, era stata un pezzo alla finestra ad ascoltare l’usignuolo nel gran silenzio. Poi si era buttata in letto, lasciando la finestra socchiusa, e non aveva preso sonno, perchè quell’usignuolo continuava ad empir la campagna d’un canto lento, che sembrava un discorso.
Ai tre colpi picchiati al portone, la fanciulla, che teneva gli occhi chiusi, gli riaprì, e venne anch’essa alla finestra; non riconobbe nel buio chi aveva detto scendi, e non comprese neppure che chi scese subito dopo era babbo Efisio. Le parole dette nel vano dell’uscio furono perdute per Angela, perchè la voce lamentosa dell’usignuolo non tacque un momento.
Angela però comprese che accadeva qualche fatto strano, ed ebbe paura. Non sapeva nemmanco lei di che; voleva accendere il lume, ma non osava, perchè un tale era rimasto ucciso nel letto, per aver commesso questa imprudenza. Il nemico di quel tale era in faccia alla finestra, sopra una pianta. Angela di giorno non aveva nemici, — almeno credeva — ma di notte... Le venne in mente di picchiare al muro per risvegliare lo zio Silvio, che dormiva nella camera vicina, ma udì un rumore leggiero; qualcuno risalì le scale, ripassò in punta di piedi nel corridoio ed andò a fare quel che voleva far lei, a svegliare lo zio Silvio.
— Non sono ladri, nè assassini; pensò allora la fanciulla; è babbo Efisio.
Infilò la veste e stette ad ascoltare.
Non si udiva più nulla, salvo, ogni tanto, qualche passo sull’ammattonato.
«Lo zio Silvio si veste!» pensò Angela.