— Non so; fa come vuoi; ho camminato molto questa notte, per venire ad avvisarti io stesso; non mi fidavo degli altri; la prudenza mi dice di andar via subito; ma se tu rimani, rimango. Finchè non ti veda al sicuro, non ti lascio. Io so il mio mestiere di bandito; vuoi fare quello che ti dico?

Giorgio accennò di sì.

— Piglia un rasoio e raditi la barba; piglia le forbici e mozzati i capelli; poi piglia una pistola per esser pronto a morire.

— Sono pronto, disse Giorgio.

Il bandito proseguì:

— Ti ho scritto questa lettera; mettila in tasca; ricordati, sono io che te l’ho data, io Su Mazzone, per portarla a Efisio Pacis; è suggellata e tu non sai che cosa contiene; tu ti chiami Pietro Cugusu, sei pastore in Alzaghena. Tutto questo, caso mai ti fermino e ti chiedano chi sei e dove vai, se dovremo separarci.

— Che cosa hai scritto in questa lettera?

— Ti avviso che la giustizia ti cerca e ti dico di fuggire e di raggiungermi domenica a Florinas alla messa grande. Ricordati; tu sei Pietro Cugusu, sei venuto qui in cerca di Efisio Pacis, per dargli la lettera mia, ma Efisio Pacis era partito. Ho mandato un’altra lettera simile a Castelsardo; se abbiamo la fortuna che cada in mano dei carabinieri, essi andranno a cercarci in Florinas, mentre noi viaggeremo verso la Nurra.

Giorgio non si provava nemmeno a lottare col proprio destino; ascoltava ogni parola del suo vecchio amico, cercando di imprimersela bene in mente.

— Io dico che non ci è tempo da perdere; ora fa’ tu. Se vuoi aspettare che sia giorno, dimmelo, andrò a buttarmi sotto quella pianta; un’ora di sonno mi farà bene.