— Mi dia il braccio, disse Angela, non si sente più male al cuore? Sa? noi rimarremo in Speranza Nostra tutto domani; e forse diman l’altro; e poi torneremo qua, per stare in campagna un mese. Allora Bice manderà il piano-forte, io prenderò i miei libri e i miei quaderni! Senta, senta, che cosa è stato?

Un frullo d’ala nel fogliame degli ulivi, forse un tordo che sognando era caduto a terra.

Era notte fitta, quando furono picchiati tre colpi leggieri alla porta di Speranza Nostra. Giorgio, che non potea chiuder occhio, aprì il finestrino della sua camera, vide Su Mazzone nell’ombra, e comprese la propria condanna.

— Scendi, gli disse il bandito.

Egli non rispose; alzò gli occhi al cielo tutto splendente ancora di stelle, come per chiamare qualcuno dal mondo degli spiriti, poi scese.

Su Mazzone gli strinse la mani, e gli disse con voce tremante: «Coraggio!»

Il falso Efisio Pacis impallidì.

— Ti hanno cercato nello stazzo di Giannandrea il Lungo, proseguì il bandito a bassa voce; sono bene informati; sanno che ti fai chiamare Efisio Pacis, che hai la barba lunga e i capelli ricciuti; Giannandrea ti ha voluto aiutare, e ha detto che ti eri avviato al mare; non gli hanno creduto; ti sono andati a cercare negli stazzi vicini e nel querceto; ti cercheranno prima di tutto in Castelsardo, nella tua casa, poi verranno qui; non possono tardare. Vestiti, e fuggiamo.

Giorgio si premeva il cuore colle mani. Nel vicino boschetto cantava l’usignuolo.

— Essa è qui, mormorò; devo partire senza vederla ancora, senza dirle nulla?