Beatrice promise, per farle piacere; ma appena fu sola con Cosimo si fece promettere il segreto e gli disse ogni cosa.

Angela, che credeva, in buona fede, d’aver detto tutto all’amica, quando fu sola nella sua camera, s’avvide che le erano rimaste in cuore alcune di quelle confidenze che non si fanno se non ad un quaderno fidato, e si affrettò a scriverle:

«Quanto l’amo! scrisse, ogni giorno che passa mi svela in lui un pregio che non aveva veduto; egli ha la faccia bruna, severa e dolce; è alto e dignitoso, ha le sopraciglia che paiono tracciate col pennello ed ha anche i capelli un po’ ricciuti! Ed io l’amo come una pazza! Non potrei più vivere senza di lui!»

VI.

Il professore non potè sbrigare la faccenda del filone di piombo argentifero così presto, come si era immaginato. Prima di tutto riconobbe che bisognava fare una stima probabile della ricchezza nascosta sotto il podere di Cosimo, per determinare in quali rapporti presumibili fosse la spesa col frutto; e poi sebbene egli avesse dall’amico suo pieni poteri, al momento di stringere il contratto sociale si trovò che gli mancava una procura regolare, fatta in carta da bollo, dinanzi al notaio. Nel mandargli la procura, Cosimo gli scrisse che le uve annerivano a vista d’occhio sotto il bel sole d’agosto, che i tini erano pronti e che l’albero in faccia alla casa di Speranza Nostra dava ogni mattina a Beatrice e ad Angela i più bei fichi del territorio di Sassari.

Allora Silvio fece le sue valigie e dichiarò a quei della miniera che se ne andava; fu impossibile tenerlo; l’amabile ingegnere Marini sprecò con lui tutte le sue risatine compiacenti; bisognò accompagnarlo ad Iglesias in biroccino, e là, dinanzi al notaio Masia, fare il contratto in carta da bollo. In virtù di questo contratto, il conte Cosimo cedeva ai proprietari della miniera il diritto di penetrare con gallerie nelle viscere del proprio podere, per cavarne tutto il piombo argentifero; prometteva di cedere a giusto prezzo quelle parti del fondo in cui bisognasse aprire nuovi pozzi per agevolare l’estrazione del minerale e far giungere l’aria respirabile ai minatori. Gli utili, dedotte le spese, dovevano essere spartiti fra il conte Cosimo e i proprietari della miniera, escluso in ogni caso, a favore del conte, il rischio dell’impresa, se mai non dovesse riuscire rimuneratrice.

Quest’ultima clausola aveva fatto ridere molto l’ingegnere Marini, e l’altro ingegnere, e i minatori, i quali erano sicuri del fatto loro; ma a buon conto Silvio aveva voluto che fosse scritta nel contratto, — perchè, diceva lui, la mia scienza finisce a poco più d’un metro sotto la superficie terrestre, dove termina il lavoro delle forze vegetative; e di quello che segue più sotto io non me ne intendo affatto.

Poi Silvio proseguì la sua strada, e giunto alla viottola che menava a Speranza Nostra, fece arrestare la diligenza, raccomandando al postiglione il proprio bagaglio. — Lo manderò a prendere domattina, disse. — La diligenza si avviò con gran rumore di sonagli e il professore imboccò la viottola. Strana cosa! Gli batteva il cuore, come ad un innamorato. Dove i muricciuoli si abbassavano, dove si apriva un cancello, egli spingeva l’occhio fra gli ulivi; riconosceva le piante mutilate dall’ultimo uragano, diceva: — ecco il fico moresco, ecco l’agrifoglio; dietro quella svolta, vedrò spuntare il noce che s’affaccia sulla strada per buttare i suoi frutti ai monelli.

E intanto pensava che era prossimo il tramonto e che se la diligenza avesse tardato ancora un poco, egli, trovando chiuso il portone dell’oliveto, avrebbe dovuto scavalcare il muricciuolo come un ladroncello.

L’idea di scavalcare il muricciuolo lo tentò; sì, invece di entrare dalla porta, per esser veduto da lontano, egli, con un giro lungo, andrebbe a cacciarsi in mezzo agli amici all’improvviso, come un fantasma. A quell’ora comare Beatrice, Cosimo ed Angela dovevano essere sulla panca di sasso fra le palme.