«Pensa, scrisse Silvio, che cosa deve essere l’amore d’un vecchio, il quale, senza avvedersene, ama nella sua fanciulla la propria giovinezza perduta!»
— Il vecchio... senza avvedersene... nella sua fanciulla, ama la propria giovinezza perduta... balbettò Angela. E vuol dire?
— Vuol dire che t’amo tanto da perdere il giudizio e scrivere delle cose senza capo nè coda.
Angela non istentò a credere che fosse proprio così.
Non perciò era scontenta del suo Silvio, gli piaceva essere amata anche in quel modo strano ed oscuro; e solo che Silvio avesse avuto il cuore un po’ più aperto all’entusiasmo, all’estasi, non avrebbe trovato nulla a ridire in quella sua filosofia, quasi sempre bigia, qualche volta nera. Glielo diceva chiaro: — Zio Silvio, gli diceva (essa lo chiamava ancora «zio Silvio» fuori del quaderno) — zio Silvio, a ragionare così nel buio che gusto c’è? A me non dispiace la melanconia, tutt’altro, ma la melanconia che piace a me è una melanconia diversa, che non fa male.
Verissimo; ad Angela non dispiaceva la melanconia, anzi ci trovava gusto; ma doveva essere una melanconia senza fondamento, come a dire lagrime di rugiada, gemiti di tortorella, ferite orrende fatte colla spina d’una rosa. Tante volte, se lui fosse stato capace di comprenderla, tante volte, al crepuscolo, accompagnando cogli occhi una nuvola viaggiatrice, si sarebbe ammalata così, di nulla, cioè d’amore e di dolore, per farsi guarire dal venticello del tramonto, da una carezza, da un bacio. — Ma sì, lui non sapeva sospirare al vento e pigliare sul serio le nuvole vespertine.
Non la comprendeva bene, ecco.
Era da compatire, aveva altre nuvole nel cervello, il professore, nuvole vespertine anche queste, ma un po’ scettiche, molto filosofiche e punto romantiche. E se egli non pretendeva che la sua fidanzata vi tenesse fissi gli occhi della mente, che sarebbe stato pretendere l’impossibile, doveva pur riconoscere che mancava qualche cosa a rendere perfetto il loro amore e che vi era ancora un distacco fra Angela e lui. Che farci? nulla; aspettare che il tempo compisse l’opera sua, e intanto pigliare dell’amore quel poco che concedevano i quattordici anni della futura sposa.
Dell’amore di Angela, Silvio non poteva dubitare, perchè essa aveva trovato cento maniere di dirgli che l’amava, che lo adorava come un angelo mandato da Dio, come Dio stesso, ed anche più. Cosicchè il professore finì col dire a sè medesimo senza peccare di immodestia che la cosa era naturale. Pensò: «Aiutandosi coll’immaginazione, essa vedrà sempre in me un ideale severo che non potrà mai raggiungere; forse è il privilegio dei vent’anni che ci separano; oggi il mio amore la lusinga; la rassicurerà domani; la conforterà più tardi.»
Gli pareva bensì che a lui dovesse toccare un giuoco difficile, quello di parlare all’immaginazione col ragionamento, ma era determinato a vincere; la posta era grossa: amare ed essere amato.