Quella lettera che Silvio aveva aperta col batticuore — strana cosa! — lo lasciò quasi freddo. Il suo egoismo d’innamorato accettava di mala voglia la verità; forse avrebbe preferito la bugia. Certo, l’inverisimile soltanto poteva contentarlo: che Angela, arrivata alla miniera, gli avesse scritto fra le lagrime: «Accorri, Silvio, vola; io non posso più vivere senza di te.»

Invece in quella prima lettera d’amore, la fanciulla accennava appena al vuoto che essa sentiva senza di lui; e una volta sola, nel poscritto, gli raccomandava di sbrigarsi delle faccende più urgenti per poter fare una giterella alla miniera egli pure.

Se non avesse avuto tanto da fare per la Banca Agricola, tutto quel giorno Silvio avrebbe ruminato il magro pascolo dato al suo grande amore. Più tardi, dopo l’adunanza per la Banca Agricola, seppe comprendere la sua piccola innamorata e fu così magnanimo da consigliarle di star allegra e di divertirsi.

Quell’indulgenza ebbe il giusto premio; Angela nella seconda lettera disse cose strazianti: essa faceva il possibile per accontentare Silvio e divertirsi, ma quando era riuscita, ne aveva dispetto, e si nascondeva agli occhi della gente per piangere. Voleva un esempio? L’ingegnere Marini aveva combinato una rappresentazione a beneficio della Società di mutuo soccorso fra i minatori; il teatro doveva essere il camerone della scuola; reciterebbero Annetta, l’ingegnere Marini, due caporali minatori e lei. Sì, anche lei; aveva accettato la parte di amorosa, Annetta faceva l’ingenua. Angela sapeva già tutta la parte senza suggeritore, le prove andavano benissimo — ebbene? — Silvio sapeva quanto gusto trovasse Angela a recitare la commedia? — ebbene? — quando alla prova le battevano le mani (perchè le battevano le mani anche alle prove) — ebbene, essa sentiva una cosa venirle su su, dal cuore fino alla gola, ed era inutile, doveva fuggire e piangere di nascosto per non soffocare.

Che cosa era mai questo, se non era il grand’amore?

Ci pensò anche Silvio. Veramente, se non era il grande amore, che cosa era mai questo?

Il professore non perdette un minuto; scrisse subito una lettera melanconica; volendo confortare la sua fanciulla, chiedeva conforti egli stesso; chiedeva anche il titolo della commedia in cui Angela doveva fare la parte di amorosa e Annetta quella d’ingenua. La risposta fu crudele; non era già una commedia, era la Francesca da Rimini, tragedia di Silvio Pellico; Annetta recitava solo nella farsa. Le prove andavano a gonfie vele; la rappresentazione doveva seguire prontamente.

In quei giorni Silvio ebbe il primo segno di stima dei suoi concittadini; dovendosi eleggere alcuni consiglieri comunali, gli vennero a proporre di farsi innanzi, assicurandogli la riuscita; il Giornale di Sassari era disposto a portarlo con tutte le sue forze; Silvio non doveva far altro che scrivere una lettera programma, manifestando brevemente tutte le sue idee amministrative.

Il professore non aveva molta voglia d’essere consigliere comunale; mettendo una mano sulla coscienza, non poteva nemmeno dire d’aver molte idee amministrative, era però quasi sicuro che il modo migliore di amministrare la cosa pubblica fosse l’onestà operosa ed attenta. Scrisse queste cose alla buona al direttore per iscusarsi se non si faceva avanti — e il direttore le stampò gridando in prima pagina che la migliore amministrazione della cosa pubblica, Sassari la doveva chiedere all’onestà operosa ed attenta. Conchiudeva: «Mandate al Municipio degli uomini onesti, mandate il professore Silvio Boni, le cui doti d’ingegno e di cuore, ecc.»

Così Silvio si vide preso dal suo eremo, e portato in piazza. Non ne fu scontento, aveva anch’egli il suo amor proprio, e non era indifferente ad una dimostrazione di stima; credeva inoltre che la qualità di consigliere comunale dovesse rendergli più facile il fare un po’ di bene al suo paese — e in questo forse s’ingannava. Intanto la qualità di candidato fu per due settimane la sua croce. Si pubblicò in quei giorni un foglietto a posta per combattere i consiglieri proposti dal Giornale di Sassari; a Silvio facevano il rimprovero d’aver passata tutta la vita nel continente, di vivere ancora come un eremita, di non conoscere i bisogni veri di Sassari, di vagheggiare certe utopie che non conducono a nulla, e infine d’essere, in buona fede, uno di quei novatori spesso fatali, sempre pericolosi.