Finalmente la tortura finì; Silvio fu consigliere comunale.

Egli ne diede la notizia ai suoi amici e ad Angela; la quale rispose che era molto contenta, sebbene non si facesse un’idea chiara del valore di questa nomina. Aveva anch’essa una gran notizia da dargli; la recita della Francesca da Rimini era stata un trionfo; battimani ad ogni scena; grida di brava! chiamate — ma il più bel momento era stato la morte di Francesca, dopo il duello fra i due fratelli. Angela era caduta magnificamente sul fianco; si era perfino fatta un pochino male ad un braccio, ma non era nulla; costretta dagli applausi, così morta com’era, aveva dovuto sollevarsi un tantino per ringraziare. Veramente essa voleva tener duro, perchè non si è mai visto che i morti ringrazino, ma sì, quel pubblico di minatori non la voleva intendere. Francesca da Rimini doveva essere replicata la settimana dopo.

La notizia non rallegrò niente affatto Silvio; egli si risovvenne che nella Francesca da Rimini vi è un Paolo, il quale dice delle cose audaci a Francesca, e gliele dice in versi sciolti, che dispiacciono molto a Gianciotto.

Se non fosse stato per assistere alla prima adunanza del Consiglio comunale rimesso a nuovo, Silvio avrebbe dato retta ad una voce che gli raccomandava di far subito la valigia e pigliare la diligenza. Invece d’andare, scrisse una lettera di quattro pagine fitte, tutta piena di espressioni come piacevano ad Angela, una lettera in cui parlava del proprio cuore e del cuore della fanciulla come di due persone separate, poste a mezza via fra cielo e terra, e incaricate unicamente di custodire il loro amore, o per dire con più esattezza, la fiamma sacra del loro amore.

La risposta a quelle quattro pagine tardò a venire, ma fu piena d’amore. Angela confessava d’aver avuto torto non scrivendogli subito; ma non sapeva come era; le fuggiva il tempo; del resto non faceva che rileggere la sue lettere, e pensare a lui; e l’amava, oh! l’amava come una pazza, e non vedeva l’ora d’essere di lui per sempre, di lui o di nessun altro, di lui o della morte.

Fu un gran silenzio nella mente di Silvio, dopo la lettura di questo foglio, il quale non era giunto da Iglesias solo. Ce n’era un altro di cui gli pareva di conoscere i caratteri; il professore l’aprì e lesse:

«Caro professore,

«Nelle poche settimane che la contessa Beatrice, la signorina Angela e il conte Cosimo sono con noi, ho potuto apprezzare le doti del cuore e dell’ingegno della sua amabilissima nipote...»

Silvio si lasciò cadere le braccia lungo i fianchi e non lesse altro. La mattina successiva prima del passaggio della diligenza egli era sullo stradone, con una valigia in mano, un po’ pallido ma sorridente ancora. Dava le ultime istruzioni a Giovanni, il quale gli raccomandava dal canto suo di dire tante cose ad Annetta. Poi la diligenza si annunziò col rumore dei sonagli, il professore fece un cenno, il carrozzone si arrestò, lo accolse sull’imperiale, partì. Subito Silvio cavò di tasca la lettera dell’ingegnere Marini che aveva già letto parecchie volte, e la rilesse ancora.

«Caro professore,