«Nelle poche settimane che la contessa Beatrice, la signorina Angela e il conte Cosimo sono con noi, ho potuto apprezzare le doti del cuore e dell’ingegno della sua amabilissima nipote. Io ho ventiquattro anni compiuti, sono padrone di me stesso, ho una professione abbastanza lucrosa, e qualche pezzo di terra nel Campidano di Cagliari.

«Del mio temperamento, del mio passato, potrà avere informazioni a Cagliari, ad Iglesias e qui alla miniera. Mi sento capace di far felice la donna che acconsentirà a legare la sua sorte alla mia. Ho detto tutto; amo ardentemente la signorina Angela, e voglio consacrare la mia vita a rendermi degno dell’amor suo...»

Silvio fece parecchie domande a questa lettera. Prima di tutto l’ingegnere Marini, che andava per le vie spicciative, aveva detto nulla alla ragazza? Nella lettera non era fatta alcuna allusione ai sentimenti di Angela, non vi si vedeva traccia di lusinga, fuorchè la fiducia generica di render felice la donna che acconsentisse a legare, ecc.

Quell’ingegnere, col suo risolino d’uomo contento, si comportava onestamente; non empiva la testa d’una ragazza, prima di scrivere al tutore; ma anche senza empire la testa di Angela, qualche parolina, qualche occhiata, avevano dovuto tradirlo, e se con tutto ciò scriveva, era indizio che Angela... Orribile pensiero! Ma no, solo che Angela avesse notato qualche cosa d’insolito nella parte dell’ingegnere, qualche cosa che Paolo non fosse in tutto il suo diritto di dire o di fare a Francesca, subito gli avrebbe lasciato intendere che essa era già fidanzata ad un altro.

Anche comare Beatrice, anche Cosimo, se avessero avuto il minimo sospetto, si sarebbero affrettati a scrivergli, e invece gli avevano mandato i saluti per mezzo di Angela. No, no; quell’ingegnere era savio; non sapendo che Angela era d’un altro, la voleva per sè, e si rivolgeva al tutore prima d’aprirsi colla ragazza. Uomo esemplare!

A Silvio basterebbe pigliarlo in disparte, dirgli bonariamente come stavano le cose, magari fargli leggere l’ultima lettera di Angela, quella in cui la fidanzata «non vedeva l’ora di essere di Silvio per sempre, di Silvio o di nessun altro, di Silvio o della morte.»

Bizzarro fenomeno; queste ultime parole che, a dirle con un accento da stordito, gli davano una compiacenza baldanzosa, rivedute da vicino, sulla carta, gli fecero il medesimo effetto della prima volta.

E quest’idea fu un cattivo compagno di viaggio per Silvio; il quale arrivando il giorno dopo ad Iglesias, non aveva soltanto le ossa rotte dai trabalzi della diligenza, ma anche la testa stordita.

Non era ancora il mezzodì quando la diligenza arrivò ad Iglesias; secondo il suo vecchio costume, Silvio non aveva avvertito nessuno del suo arrivo, affidò la valigia ad un oste, coll’incarico di mandarla alla miniera, e si avviò sconosciuto e pedestre.

Aveva già almanaccato in viaggio, ma all’ultimo momento gli bisognava ancora raccogliere le idee.