— Non ci vedo abbastanza? chiese Beatrice, rovesciandosi sul divano per ridere con abbandono.
— No, corresse il marito, forse le cose della vita dovrebbero essere guardate così... come tu le guardi; ma...
Quel ma fece paura alla contessina... Annunziava esso un’immagine filosofica? Cielo! e allora chi potrebbe resistere? Rabbrividì eccessivamente, poi rise ancora, poi si rifece seria.
— Parliamo d’Angela, disse: lo sai, Cosimo, la cara bimba non vuol più stare in collegio, si annoia! e il signor filosofo, suo zio, fa profonde meditazioni sopra questo caso difficile.... È perfino venuto a chiedere consiglio a me, non è vero, professore? Ecco a che cosa conduce la filosofia!
— Sì, disse tranquillamente Silvio, sono venuto a chiedere consiglio.
— A me? interruppe Beatrice, dica di sì per farmi piacere.
— A lei ed a te, ed anche alla contessa Veronica, se la sua malattia mi concede un breve armistizio. Come sta oggi tua madre?
— Pare che stia meglio; ha la lingua più sciolta del solito...
— Allora avrà detto male di me, osservò Silvio con accento scherzoso.
— Tu esageri, si provò a dire il conte, non è vero che mia madre non ti possa soffrire, come ti sei messo in capo... Ci è una mala intelligenza di mezzo.