Beatrice non rideva più: s’era fatta un po’ pallida ed aveva il respiro breve, nell’ansia d’una curiosità intensa e punto frivola.

— Sediamo! disse con un filo di voce, ma i due amici continuarono a stare ritti innanzi a lei; ed allora essa si alzò, e pose la testina vivace presso al foglio che Silvio aveva spiegato in silenzio.

Il professore lesse con voce pacata, ma sorda:

«Perdonami se disobbedisco; ma non posso più resistere. Sono oramai vecchio e si avvicina l’ora in cui avrò finito di sognare la felicità che mi è negata. Meglio così; il sogno vano non mi contenta e il desiderio mi uccide. Non farò pazzie, fratello mio, ma tu non mi negare l’ultima carità che ti domando: fammi vedere mia figlia. Scrivo a bordo d’una barcaccia di contrabbandieri che porta un bel nome: Speranza nostra. Albeggia. Ho dinanzi agli occhi la spiaggia di Castelsardo. Fra un’ora sarò là, colle mie memorie più crudeli, solo. Consegnerò alla posta questa lettera e mi avvierò alla rupe di Muros. Tu sai dove trovarmi e come avvertirmi del tuo arrivo. Di me, non temere; sarò prudente; ma pensa, fratello, che sono lunghe le giornate di chi aspetta il bacio di sua figlia ed è costretto a nascondersi. Affretta, affretta, affretta.»

Sotto queste parole si leggeva un nome — Giorgio — ma Silvio non lo pronunziò, e lasciando ricadere le braccia lungo i fianchi, chiese con voce soffocata: — Che cosa faccio ora?

— Piglia teco Angela, e parti, rispose il conte Cosimo.

— E la contessa Veronica che cosa dirà?

— Sei nel tuo diritto.

— Le potremo far credere, suggerì la contessina, facendosi rossa rossa, che Angela era un po’ ammalata e che le fu consigliato di mutar clima o di fare un viaggio di mare....

— Bugie innocenti, mormorò il conte Cosimo, bugie generose! Qualche volta ci è del merito a saperle dire con disinvoltura.